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Il caso del farmaco contro l’epatite C che può affondare la sanità italiana. Che cosa succede nel mercato dei medicinali?

Un farmaco per l’epatite che costa 40 mila euro all’anno per ogni paziente, uno per il melanoma che ne costa 80 mila. E i prezzi cambiano radicalmente da Paese a Paese. È nato un cartello per un rialzo indiscriminato? Che ne sarà di un Sistema sanitario come il nostro? Bancarotta inevitabile e medicine solo per i ricchi? Andiamo con ordine.

Il caso che ha fatto più scalpore è quello del Sofosbuvir, farmaco per l’epatite C dell’americana Gilead. L’azienda ha trovato un accordo con Aifa (Agenzia italiana del farmaco), che prevede per ora la distribuzione a carico del Ssn (Servizio sanitario nazionale) solo a una parte dei portatori del virus dell’epatite C (Hcv), selezionati, sostanzialmente, in base a criteri di gravità. Il prezzo che lo Stato corrisponderà a Gilead non è noto, anche perché dipenderà da valutazioni durante e dopo la cura (efficacia e altro). Il clamore destato dal caso è dovuto al fatto che in Italia ci sono circa 1,5 milioni di persone portatrici del virus Hcv, e se il Servizio sanitario volesse garantire la cura a tutti brucerebbe metà del proprio budget.

In realtà, però, già da anni il prezzo dei farmaci è salito moltissimo: diverse recenti molecole contro i tumori costano anche più del Sofosbuvir ma hanno destato meno attenzione perché il loro «bacino d’utenza» è inferiore e perché per diverse di esse ci sono test capaci di predire a chi serviranno davvero. Due elementi che ne riducono, almeno in parte, il peso sui conti pubblici.

In ogni caso la crescita dei prezzi, in prospettiva, mette a rischio la tenuta del nostro modello di assistenza sanitaria. «Anche perché nei prossimi anni arriveranno molti principi attivi ad alto costo» precisa Luca Pani, direttore dell’Aifa, «soprattutto contro tumori, malattie infettive, sclerosi multipla, Alzheimer, e pre Alzheimer».

Ma che cosa giustifica questa impennata dei costi? Il prezzo di un farmaco viene deciso dall’azienda che ne detiene il brevetto che, alle spese sostenute per ricerca e sviluppo, aggiunge il proprio margine di profitto. Il modo in cui viene stabilito tale margine è molto difficile da appurare. «Quasi impossibile, un vero segreto» chiosa Silvio Garattini, direttore dell’Istituto farmacologico Mario Negri di Milano. Dunque prezzi alti per voracità crescente di amministratori delegati che rispondono ad azionisti sempre più esigenti e impersonali?

«I prezzi aumentano perché qualche anno fa bastavano alcune centinaia di milioni di euro per sviluppare un farmaco, mentre ora servono 1-1,5 miliardi — replica Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria —. E solo una molecola su 10 mila arriva sul mercato. Se la ricerca non fosse remunerata non la farebbe nessuno».

Ma quando hanno cominciato a cambiare le cose? «Il cambio di marcia è arrivato con i farmaci per l’Aids» precisa Filippo de Braud, direttore del dipartimento di oncologia sperimentale all’Istituto dei tumori di Milano e consulente Aifa dal 2000 al 2012. «Potenti gruppi di pazienti hanno fatto pressione a livello sociale, e chi ha trovato le soluzioni ha potuto venderle bene. Il resto è venuto dopo. Le aziende farmaceutiche non sono diverse dalle altre. Se le condizioni sono favorevoli non ci si può aspettare che non ne traggano beneficio».

La percezione, però, è che il mercato sia diverso da quello di altri beni. «Le aziende farmaceutiche hanno il vantaggio di non doversi “creare” i clienti, perché sono garantiti da bisogni già esistenti» puntualizza Garattini. «E quando provano a creare il bisogno, cioè cercano di “medicalizzare” la nostra vita, creano grossi problemi».

Nel caso dell’epatite C il bisogno non è stato necessario crearlo, però siamo di fronte a un apparente paradosso: chi ha la soluzione la vuole vendere a un prezzo così alto da renderne quasi impossibile l’acquisto.

«Infatti le aziende si guardano bene dal fare gli stessi prezzi ovunque. Il Sofosbuvir costa 40 mila euro a ciclo in Gran Bretagna e 674 euro in Egitto (60 volte meno, ndr )», continua Garattini. «Negli Usa il prezzo proposto da Pharmasset, l’azienda detentrice del brevetto poi acquisito da Gilead, era di 34 mila dollari» aggiunge Pani. «Gilead lo ha portato a 54 mila dollari e il Senato Usa ha avviato perciò un’indagine, cui l’azienda ha risposto con 18 mila documenti».

«Almeno per l’Europa sarebbe meglio avere un prezzo unico, ma non c’è la volontà politica di farlo» continua Garattini. «L’Italia lo ha chiesto» interviene Pani. «Ma alcuni Stati si sono opposti». «Del resto che non ci sia abbastanza coesione lo dimostra la fatica che si fa a ottenere trasparenza» chiude Garattini. «Basti pensare che finora non è stato possibile consultare le sperimentazioni presentate dalle aziende all’Agenzia europea». Problema superato, almeno in parte, da pochissimo. «Grazie a un grosso sforzo delle delegazioni italiane — spiega Pani — il 2 ottobre è stato decretato che a partire dell’anno prossimo i dossier saranno accessibili a tutti, salvo alcune parti coperte dal segreto industriale».

L. Rip. – Corriere della Sera – 22 ottobre 2014 

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