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Il caso. Sardegna, l’ultima rivolta. «Stop ai poligoni militari»

aree demaniali connesse: l’80 per cento del territorio italiano complessivamente riservato a questi scopi. E durante le esercitazioni viene interdetto alla navigazione, alla pesca e alla sosta uno specchio di mare di oltre 20 mila chilometri quadrati intorno all’isola, poco meno della sua stessa superficie. Rispetto alle altre Regioni di confine a statuto speciale, la Sardegna rappresenta da sola quasi il 60 per cento, contro il 31,6 del Friuli-Venezia Giulia, il 6,8 del Trentino-Alto Adige, lo 0,78 della Valle d’Aosta e lo 0,76 della Sicilia.

Nella mozione del senatore Scanu, si citano i risultati del recente progetto di riqualificazione ambientale per il poligono di Salto di Quirra: secondo la relazione conclusiva della Commissione tecnica, le indagini “hanno mostrato la sussistenza di reali impatti negativi sulle aree ad alta densità militare e zone adiacenti accanto ad ampie porzioni di territorio che non sembrerebbero interessate da significative contaminazioni”. E anche in altri poligoni, come sostiene l’esponente politico sardo, “si sono verificate situazioni inaccettabili di grave degrado ambientale, come ad esempio nel poligono Delta presso il poligono di Capo Teulada, interdetto anche al personale della base e giudicato non bonificabile dalle autorità militari”. Tutto ciò, conclude Scanu, “ha determinato gravi allarmi sociali a causa della percezione di rischi rilevanti per l’ambiente e la salute umana e animale limitando la possibilità di disegnare prospettive di sviluppo e di valorizzazione delle risorse di quei territori”.

Oltre agli impegni assunti dal nostro Paese nell’ambito della Nato, risalgono alla stessa epoca anche gli accordi bilaterali Italia-Usa per installare in Sardegna avamposti militari gestiti direttamente ed esclusivamente dagli americani: la base dei sommergibili nucleari alla Maddalena (chiusa ufficialmente nel 2008) e quella militare di Cagliari. Ma questi atti furono assunti dai governi italiani senza neppure una votazione in Parlamento.

A metà degli anni Settanta, venne emanata una legge quadro sulle servitù militari che, fra l’altro, prevedeva l’istituzione di un Comitato tecnico paritetico fra il ministero della Difesa e la Regione interessata, quale organo consultivo per approvare le esercitazioni, le nuove installazioni militari e le relative servitù, valutandone la compatibilità con i piani di sviluppo territoriali. Dopo una serie infinita di dibattiti, impegni e polemiche, nel ’90 fu approvata una nuova legge in forza della quale ogni cinque anni viene stilato un elenco delle regioni più oberate di servitù militari: il provvedimento contempla l’erogazione di un contributo annuo a favore dei Comuni, in rapporto ai rispettivi gravami, per finanziare opere pubbliche e servizi sociali. In base a un successivo Protocollo d’intesa, sottoscritto nel ’99 dal presidente del Consiglio Massimo D’Alema e dal presidente della Regione Sardegna Federico Palomba, gli indennizzi sono riconosciuti non solo ai proprietari di immobili, ma anche ai pescatori danneggiati dalla sospensione forzata della loro attività.

Quanto agli impegni solenni sulle dismissioni, sulla nuova dislocazione delle servitù militari in altre regioni d’Italia e sulla ricerca di aree alternative dove trasferire parte delle attività di addestramento svolte attualmente nel poligono di Salto di Quirra, sono rimasti lettera morta. E perciò si può considerare tuttora valida la conclusione di Mario Melis, leader storico del Partito sardo d’Azione e poi presidente della Regione, nella Conferenza programmatica dell’aprile 1981: “L’italianità dei sardi si misura entro i limiti della sardità degli italiani”.

Repubblica – 5 marzo 2012

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