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Il clima pazzo ferma gli uccelli migratori. Arrivo tardato: nuvole di storni sulle città. Ma il caldo è ai saluti

Si muovono come bandiere al vento, plotoni volanti ben quadrati e compatti, senza capi a dettare tempo e direzione. Danzano nel cielo per indicare la via agli altri uccelli, in formazioni più dense ai margini che al centro, come i pendolari che sul bus si accalcano vicino alle porte. In questo brandello di ottobre da maglietta a maniche corte, anche gli storni stanno regalando balletti fuori stagione.

I brevi spettacoli dell’aria, in città come in campagna, hanno un perché: la migrazione è in ritardo di quasi venti giorni.

Colpa del caldo, di minime che, dal 5 del mese in poi, si sono mantenute 6, 7 gradi oltre la media di stagione (dati Arpav). Ma attenzione a non leggere il «fenomeno» al contrario. «Gli storni che vediamo ora – spiega Francesco Mazzavilla, ornitologo e presidente della Società trevigiana di scienze naturali – non sono quelli rimasti dalla migrazione di primavera. Sono quelli appena arrivati dal centro Europa, gli altri se ne sono già andati verso sud». Alle porte di novembre vediamo il «salto» che di solito avviene a fine settembre. La «colpa» è ancora delle temperature in salita, ma di quelle misurate oltre le Alpi.

Ai più non resta che alzare gli occhi e godere delle ali danzanti, perché il ritardo ai nostri storni nuoce nulla. «In due giorni – ancora Mazzavilla – fanno 5-600 chilometri e non temono le correnti». Ma l’autunno (più) caldo non fa tutti contenti. Storcono la bocca gli appassionati di birdwatching frequentatori abituali dell’Oasi faunistica di Cervara, nel Trevigiano. «Quest’anno – dice il direttore, Erminio Ramponi – non si vedono né cinciallegre né pettirossi». A Cervara, per «agevolare» gli scatti degli amanti di uccelli, in autunno si predispongono piccole mangiatoie che attirano gli animali. «Lo facciamo per fare contenti i fotografi – riprende Ramponi – ma quest’anno c’è ancora troppo cibo nell’ambiente naturale», per cui le specie selvatiche rinunciano alla «pappa» degli umani.

Altra categoria che, se non è a bocca asciutta, certo ricava meno del previsto dalla propria passione, è quella delle doppiette. Mazzavilla, dal suo osservatorio privilegiato nel Cansiglio: «Le prime peppole, che migrano da nord e centro Europa per svernare nelle nostre aree montane, si sono viste solo il 20 ottobre, in ritardo di venti giorni. Lo stesso per i tordi: la Cesena non si è fatta vedere e, se farà ancora caldo, passerà l’inverno al di là delle Alpi». Ma simili cambiamenti non hanno ripercussioni negative per le specie animali coinvolte? L’ornitologo rassicura: «Fa parte dell’equilibrio naturale. Semplicemente, se passano meno tordi i cacciatori ne cattureranno di meno…». L’aumento delle temperature fa più danni, apparente paradosso smentito dalla Natura, in primavera. «L’aumento medio di un grado in 15 anni – chiude Mazzavilla – porta i migranti ad arrivare prima dall’Africa, ma qui non trovano più le condizioni ideali per nidificare. Non ci sono gli alimenti di cui hanno bisogno, insetti ad esempio, e se salta una nidificazione la specie diminuisce».

Sul punto, Patrizia Torricelli, ordinario del dipartimento di Scienze ambientali di Ca’ Foscari, regala un ragionato ottimismo: «Le previsioni sull’innalzamento delle temperature sembrano indicare un tasso di crescita inferiore a quello previsto in passato. Se il “modello severo” prevedeva un incremento medio di 4-5 gradi in cento anni, ora sembrerebbe più affidabile quello meno severo, che indica un aumento di 3 gradi». Misure secolari per la scienza, a beve termine per i comuni mortali: la Regione ha proclamato lo stato di attenzione fino a mercoledì per le precipitazioni in arrivo sul Veneto. Piove, per tutti: volatili e umani.

Renato Piva – Corriere del Veneto – 29 ottobre 2013 

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