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Il commento. La rasoiata e il ceto medio dipendente

di Carlo Carboni*. Tra i tagli comunque vi è l’apertura a un’autoriforma della politica, intervenendo con prime misure sui costi e le inefficienze dell’aggregato politico-istituzionale. Non era banale dato che, a molti osservatori, era sembrato un tabù.

E invece questa e altre decisioni sono state finalmente adottate e, come hanno commentato Napoletano prima e poi Forquet sul Il Sole 24 ore, la reazione c’è stata, ma senza una reale strategia per la crescita e lo sviluppo del Paese. La “rasoiata” c’è stata, ma L’Italia soffre le carenze di una leadership troppo paludata nei meccanismi clientelari del consenso e poco dotata di leader con un senso del destino personale legato a forti convincimenti strategici comuni.

Si colpisce il solito ventre molle del ceto medio dipendente, rinunciando all’idea che politiche fiscali e di sviluppo possano identificare e unire una vasta maggioranza socio-economica del paese che ancora oggi è espressa dai ceti medi dipendenti e autonomi. Si chiude un occhio sul lavoro autonomo, senza per altro fare i suoi reali interessi di crescita e di sviluppo. Sebbene la piccola iniziativa privata e professionale in Italia esprima una preziosa energia di spinta alla mobilità ascendente e al dinamismo economico (che ha reso grande questo paese), paradossalmente, non è mai stata inserita in una coerente strategia economica capace di mettere in valore la diffusa vocazione degli italiani di creare lavoro da sé. Nell’industria, nel commercio e nelle professioni, abbiamo lasciato galleggiare questo vasto ceto medio imprenditoriale in attività poco redditive e a bassa produttività, senza una strategia di sviluppo che prevedesse una penetrazione più significativa in questa area sociale della sfida tecnologica e del sapere. Inoltre, lo abbiamo ostacolato con un sistema fiscale troppo oneroso e, quindi, esposto a fenomeni di elusione ed evasione. A questo ceto medio imprenditoriale, si mescola l’altro del lavoro dipendente che, nell’ultimo ventennio, è stato ridimensionato da una modesta dinamica delle retribuzioni, penalizzato dal prelievo fiscale, frustrato da un ammodernamento relativo delle funzioni terziarie e tecnologiche del nostro sistema economico. Dallo stato di salute di questo “insieme” di ceti medi (imprenditorialità più brain power) dipendono i livelli di risparmio medio delle famiglie, ma anche i livelli di consumo interno, la capacità di dinamismo imprenditoriale e del lavoro e, infine, il consenso e la stabilità del nostro sistema. Quindi, si tratta di un punto delicato che purtroppo i provvedimenti fin qui adottati glissano senza invertire la rotta tradizionalmente seguita al proposito, cioè quella, oggi anacronistica, del tiro alla fune, del braccio di ferro, tra ceti medi dipendenti e quelli autonomi. Il rischio è che la manovra risvegli rancorose e reciproche accuse tra essi: i primi imputati di essere dei “topi sul formaggio” e i secondi di eludere ed evadere le tasse, contributo di solidarietà compreso. Infatti, nella manovra c’è appesantimento fiscale per i ceti dipendenti e nessuna misura a loro favore per la riqualificare il brain power; al tempo stesso, c’è ancora il vecchio scambio di consenso con i lavoratori autonomi (come esemplificato da chi paga la tassa di solidarietà), ma ci sono poche idee di liberalizzazione nei diversi settori professionali e terziari, assenza di misure finalizzate all’industrializzazione e alla finanziarizzazione del sapere, sfruttando la vocazione italiana al mettersi in proprio. Purtroppo, inseguendo i soliti meccanismi del consenso politico che puntellano l’Italia delle rendite posizionali e delle evasioni, il governo non si è posto la questione prioritaria della riduzione delle tasse sul lavoro e sull’impresa, un obiettivo in grado di riunificare i due tronconi più importanti di ceto medio del paese e di rendere assonanti le ragioni dell’impresa e del lavoro. Ridurre il cuneo fiscale in modo deciso, a discapito della rendita e di un paio di punti in più d’Iva, renderebbe il sistema economico meno ingessato, dando impulso alla crescita, al sostegno dei consumi interni di ceto medio e a un nuovo equilibrio consensuale a questo “corpaccione” sociale da cui dipende la nostra capacità di mobilitazione. In conclusione, la classe politica di governo, per essere tale, deve dimostrare una maggiore capacità strategica, un più forte zelo riformatore affinché nel paese possa tornare quello spirito secondo il quale, se si lavora bene e sodo, se si è responsabili verso se stessi e verso gli altri, i risultati non tarderanno ad arrivare, soprattutto se una manovra pesante come l’attuale saprà ispirarsi a equità e coralità, veri presupposti del risanamento e della crescita.

*Ilsole24ore.com – 17 luglio 2011

 

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