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Il Covid non è finito, la politica si sbrighi. Questo balzo pandemico ci dimostra che non basta “un semplice interruttore” per spegnere una pandemia

Eugenia Tognotti, la Stampa. Che la fine della pandemia arrivasse gradualmente e in modo non uniforme era scontato. A confermarcelo, l’impennata autunnale di Covid-19 che si avvicina, stando all’ultimo report settimanale del ministero della Salute e dell’Iss, con dati aggiornati al 6 ottobre.

Del resto, l’inquietante tambureggiare, da parecchi giorni, dei numeri in crescita dei casi di infezione e dei decessi da virus Sars-CoV-2 aveva già anticipato ciò di cui si sta ora dando conto con numeri e grafici: un aumento dell’incidenza, da 241 a 383 per 100.000 abitanti. Rispetto alla settimana precedente, 14-27 settembre, tende a un incremento l’indice Rt (1,18), calcolato sui casi sintomatici e che è al di sopra della fatidica soglia epidemica, come sappiamo ormai, fin troppo bene, ammaestrati dalle lezioni apprese da Covid teacher in un biennio abbondante di emergenza pandemica. Non lampeggiano – su quello che potremmo indicare come il “cruscotto” dell’impatto sul sistema sanitario – le spie dei tassi di occupazione dei posti letto, in lieve aumento però nei reparti di terapia intensiva e in modo più accentuato nei reparti di area medica. Nel bollettino epidemiologico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Italia spicca, col suo colore rosso scuro, nella carta della Regione europea, in controtendenza rispetto al calo dei casi settimanali registrati a livello globale.

In termini assoluti, il maggior numero di nuovi casi sono registrati in Germania, Francia e Federazione Russa, ma per gli incrementi proporzionali – 59 per cento – è ai primi posti (preceduta dall’Austria e dal piccolo Stato di Guernsey). Nonostante l’opinione diffusa anche in Italia che la pandemia sia alle nostre spalle, si continua a morire, i tassi di trasmissibilità sono in crescita e l’incidenza è in aumento in vaste aree del Paese (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Pa Trento, Pa di Bolzano).

Ci troviamo oggi, naturalmente, in una situazione molto diversa, e per diverse ragioni, rispetto a quando è comparso improvvisamente sulla scena – nel 2020 – l’allora sconosciuto Sars- Cov-2 , di cui ora sappiamo (quasi) tutto. Disponiamo di vaccini aggiornati alle nuove varianti del virus e di un armamentario di farmaci antivirali e strategie terapeutiche per controllarlo. Ora però – aspettando la formazione del governo e un ministro della Salute in grado di decidere di concerto con gli organismi tecnico – scientifici del Ssn – siamo in presenza di un “vuoto” di potere, mentre s’impongono scelte politiche, naturalmente diverse da quelle della prima drammatica fase di Covid-19 . Ma, intanto, quel che è certo – guardando al trend dell’indice Rt – è che il virus non seguirà le tappe istituzionali canoniche fino al giuramento dei nuovi ministri, mentre sarebbe importante mettere subito in campo un piano articolato che comprenda le misure e le precauzioni già collaudate. Oltre, naturalmente, alla rimozione delle ben note criticità sul piano del compimento dei cicli di vaccinazione e dell’aumento della copertura delle dosi booster, piuttosto bassa, (con particolare attenzione alle categorie individuate, a suo tempo, dalle disposizioni ministeriali).

Questo balzo pandemico – per non chiamarlo ondata – ci dimostra che non basta “un semplice interruttore” per spegnere una pandemia, come ha scritto un gruppo di medici, scienziati della salute pubblica, economisti e esperti su British Medical Journal, criticando duramente l’imprudenza di Biden nell’annunciare la fine di Covid-19 in una trasmissione televisiva. Un ritornello, quello della “pandemia è finita”, che dovremo aspettare a recitare.

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