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Il decreto della sentenza pensioni. Mini-rimborsi oltre i 2.000 euro. La restituzione potrebbe essere completa solo fino a tre volte il minimo

La bozza del decreto legge sulle pensioni è pronta. L’idea sulla quale il governo, in prima linea i tecnici del ministero dell’Economia, sta lavorando è quella di rimborsare tutto o quasi fino a 4/5 volte il minimo. Sopra questa soglia gli arretrati si ridurrebbero molto velocemente. Un’ipotesi potrebbe prevedere il rimborso pieno per quella parte di assegno fino a 1.500 euro lordi al mese (tre volte il minimo), per poi scendere all’80% del dovuto tra i 1.500 e 2 mila euro, al 60% tra i 2 mila e i 2.500 (cinque volte il minimo), per poi essere rapidamente azzerato per gli assegni più alti.

Sul piatto le risorse non sono tante: il Tesoro, come ha annunciato fin dall’inizio il ministro Pier Carlo Padoan, vorrebbe «minimizzare» la spesa. Al punto che le ultime indiscrezioni parlano di un esborso non superiore a 2,5 miliardi di euro nel 2015. Un miliardo e 600 milioni arriverebbe dal cosiddetto tesoretto, le risorse aggiuntive stimate nel Def, mentre il resto, confidano i tecnici di via XX settembre, si potrebbe trovare tra le pieghe del bilancio e accelerando sulla spending review, la revisione della spesa pubblica.

Ma non è facile la strada che il governo si trova davanti dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni nel 2012-13 deciso dal governo Monti. Gli ultimi calcoli, depositati ieri in Senato dal vice ministro dell’Economia Enrico Morando, dicono che restituire tutto a tutti per il passato e l’anno in corso costerebbe, al netto della tasse, 11 miliardi di euro. Qualcosa in meno rispetto alle stime circolate nei giorni scorsi, ma comunque più di quattro volte la spesa ipotizzata dai tecnici. Ecco perché ieri, quando lo stesso Morando ha sottolineato che la Consulta ha censurato la durata di due anni del blocco della rivalutazione delle pensioni, è spuntata anche l’ipotesi di correggere il meccanismo per uno solo dei due anni coinvolti, dimezzando di fatto il costo dell’operazione. Le cose, però, potrebbero cambiare ancora.

Il consiglio dei ministri, come previsto, è convocato per lunedì prossimo. Al momento l’ordine del giorno non c’è. E forse non è un caso. Nel governo, e anche nel Pd, c’è chi preferirebbe rinviare la soluzione a dopo le elezioni regionali di fine maggio. Per questo non è ancora escluso che lunedì, sul tavolo del consiglio dei ministri, arrivi un testo che parli sì di pensioni. Ma che stabilisca solo i principi generali dell’operazione, senza fissare fin da ora soglie e percentuali, senza dire esattamente quanto sarà rimborsato e a chi. Insomma un decreto ponte per un percorso a tappe. I dettagli arriverebbero dopo, il governo potrebbe fissare un periodo di tempo entro il quale completare tutte le simulazioni del caso. Con la motivazione di fare le cose per bene, evitando nuovi rilievi della Corte costituzionale. E magari mettendo mano a una riforma complessiva della previdenza che riequilibri anche i sacrifici tra le generazioni, come ha ripetuto ieri in Parlamento il presidente dell’Inps Tito Boeri. Un’operazione sul medio-lungo periodo che intanto avrebbe il vantaggio di far slittare il nodo rimborsi a dopo le elezioni di fine mese, evitando di scontentare a pochi giorni dal voto qualche milione di pensionati che ancora sperano di avere indietro tutto il dovuto.

Enrico Marro e Lorenzo Salvia – Il Corriere della Sera – 14 maggio 2015

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