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Il focolaio di aviaria spaventa la Cina, Hong Kong ferma l’import da Padova. Abbattute 1600 oche, dopo i casi di Verona. Allevatori: «Non è un’epidemia»

Le associazioni nazionali di categoria smorzano i toni d’allarme relativi ai focolai di influenza aviaria diffusisi in Veneto nelle ultime settimane, ma la notizia ha superato i confini nazionali raggiungendo la Cina, paese dove invece l’allarme è scattato forte e chiaro. L’Autorità sulla sicurezza alimentare di Hong Kong (Cfs) ha infatti annunciato il blocco dell’import di pollame e uova dalla provincia di Padova, a seguito della notifica della World Organization for Animal Health su una «epidemia altamente patogena di influenza aviaria H5N8».

Il bando, riferisce l’agenzia Nuova Cina, ha effetto immediato al «fine di tutelare la pubblica salute» dell’ex colonia britannica. L’«epidemia» di cui parla l’agenzia cinese è un focolaio che ha colpito 1600 oche di un allevamento nella zona di Sant’Urbano, nella Bassa Padovana. Nei giorni scorsi tutti gli animali sono stati abbattuti, come dispone un preciso protocollo nazionale che prevede l’ordinanza del presidente della Regione Veneto, la quale a sua volta impone precise prescrizioni nel caso il virus venga riscontrato anche in un solo capo contaminato.

È vero anche che cinque o sei focolai si sono verificati pure nel Veronese, i capi abbattuti in Veneto potrebbero superare le decine di migliaia, (si parla di 11 mila capi abbattuti ma nell’arco di molti mesi) anche se nessuno è in grado di confermare un numero preciso. «La procedura che si segue in questo caso è l’inserimento dell’allevamento nel sito del Ministero e poi a Bruxelles – afferma l’assessore regionale all’Agricoltura Giuseppe Pan – i paesi importatori bloccano temporaneamente il flusso, che viene ripreso appena finisce l’emergenza, questa è la normalità – continua – qualche anno fa da Hong Kong vennero a ispezionare i nostri allevatori e macelli e li trovarono in ordine, perché questa volta abbiano preso in esame Padova o non piuttosto gli allevamenti della Bassa Veronese o della Lombardia va chiesto ai cinesi». La cosa non desta particolari preoccupazioni all’Ava, Associazione Veneta Avicoltori: «Non esportiamo uova e polli in Cina – spiega il presidente Renato Rossi – al limite in Cina arrivano le zampe dei polli, ma non è un export che incide particolarmente nel nostro mercato, siamo preoccupati non tanto per la Cina, quanto perché l’aviaria colpisce ciclicamente ogni anno, e gli allevatori devono abbattere gli animali, c’è un parziale risarcimento, ma si potrebbe fare di più, per questo abbiamo aperto un tavolo con la Regione». «Per capire, e ridimensionare, la natura del fenomeno basta leggere alcuni numeri – spiega Aldo Muraro, presidente nazionale di UNAItalia, l’associazione nazionale delle filiere dell’agroalimentare che rappresenta il 95% del produttori avicoli italiani (46% dei quali veneti) e il 35% dei produttori di uova – Nell’ultimo anno in Europa ci sono stati 2300 focolai di aviaria: 500 in Francia, 280 in Germania, per citare i paesi più importanti, e poi ancora in Belgio e in Ungheria, in Italia ne abbiamo avuti 36 – aggiunge – visto che in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna ci sono i più importanti produttori, la maggior parte dei focolai avvengono qui, ma non è un allarme, è una cosa che si ripropone ogni anno, l’unico problema l’hanno gli allevatori che devono abbattere le oche o i polli – spiega – non c’è alcun rischio per la salute umana, è stato dimostrato scientificamente».

La situazione, comunque, è costantemente monitorata dai tecnici dell’Istituto zooprofilattico delle Venezie.

Il Corriere del Veneto – 19 settembre 2017

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