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“Il gatto è un mini leopardo le prove sono nella savana”. Nell’ultimo documentario dei coniugi sudafricani Dereck e Beverly Joubert il confronto tra i nostri mici e i grandi felini

«Quando il nostro gatto ci mostra i suoi canini affilati, proviamo a immaginarlo dieci volte più grande: capiremmo subito di essere in pericolo. E da come ci scrutano i suoi occhi, se ci facciamo caso, sembra quasi che lo sappia anche lui!». È così che il pluripremiato documentarista sudafricano Dereck Joubert, che insieme alla moglie Beverly osserva e filma i grandi felini da ben 35 anni per conto del National Geographic, giustifica il nuovo lavoro in cui mostra, comparando movenza per movenza i nostri mici domestici e i letali dominatori delle savane, tutte le somiglianze tra loro. È

Il Mondo segreto dei felini

(in onda su Nat Geo Wild il 7 marzo alle 22.50).

Quale belva feroce assomiglia di più al gatto domestico?

D.J. – «Il leopardo.

Perché, a differenza del leone, non è un animale sociale, ma un cacciatore solitario. Proprio come i gatti. Ho osservato a lungo i leopardi: stanno per conto loro per 1-2 giorni, poi si incontrano, passano qualche ora insieme e poi si riseparano per giorni. È un comportamento che vediamo anche nei gatti. Un altro tratto che i gatti hanno in comune con i leopardi è il giocare con la preda».

A cosa serve, nelle due specie, quest’abitudine crudele?

B. J. – «Sia gatti che leopardi non possono fare affidamento sulla forza del branco: devono fare tutto da soli. Questo richiede immaginazione e creatività, capacità di esplorare e apprendere dalle esperienze, saper elaborare rapidamente scenari alternativi durante la caccia. Quindi hanno più bisogno degli altri felini di giocare e “allenarsi”. Per questo la femmina del leopardo, del ghepardo e del gatto portano piccoli animali ai loro cuccioli».

Il gatto domestico graffia poltrone e mobili. È il leone che è in lui a dargli questo fastidioso istinto?

D.J. – «Leoni e leopardi fanno lo stesso sui fusti d’albero più teneri. Più che a limare le unghie, come molti credono, serve a marcare il territorio. Quando siamo sul campo vediamo questi segni ovunque: li si scorge già da un centinaio di metri di distanza, e dalla loro freschezza si riesce a stimare se l’individuo che li ha lasciati è ancora in quell’area. Non solo: spesso si riesce anche a stimare le dimensioni. È come se il leone ci tenesse a lasciarli in alto per “dire” agli eventuali rivali: “Io allungando le zampe arrivo fin qui: se tu non ci arrivi, allora è meglio che ti allontani”. L’istinto di tutti i felini, grandi e piccoli, è cercare questi segni e soprattutto lasciarli. Un territorio che non è marcato, può essere invaso da altri felini. I segni possono evitare un conflitto, e sono più duraturi dei segni olfattivi che i felini lasciano strofinandosi sia sugli alberi che sulle nostre gambe. Quando un gatto si struscia sulle nostre caviglie, in realtà, ci sta usando come paletti del suo territorio ».

Almeno i gatti non sono pericolosi…

D.J. – «Stupirà sapere che in 35 anni, pur filmando da un fuoristrada privo di vetri, e in media a distanza di 20 metri da leoni e leopardi, non siamo mai stati feriti da loro, mentre qualche graffio di gatto, a casa, l’abbiamo avuto, come tutti».

Fortuna a parte, come si sopravvive agli incontri ravvicinati con i grandi felini?

B. J. – «Non facendosi trovare mai a terra: è allora che questi animali ti identificano come una preda. Finché rimani su una jeep ti considerano solo parte di uno strano “animale” più grande e metallico. Comunque anche noi abbiamo avuto la nostra dose di brividi, ad esempio quando, mentre riprendevamo un leone in Botswana, la pallottola di un cacciatore apparso all’improvviso gli colpì la coda. Naturalmente il leone a quel punto non poteva distinguere chi avesse sparato tra noi e il suo vero nemico, e così ci ha caricati da un centinaio di metri con una rincorsa lunga e furiosa, che ci ha dato appena il tempo di salire sul mezzo e fuggire».

Repubblica – 18 febbraio 2017 

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