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Il governo va al voto con l’assillo dei numeri

La situazione in maggioranza si conferma fluida. E in settimana c’è il voto sul federalismo municipale. Ha già superato l’esame del Senato, ma per Berlusconi e Bossi nessuna distrazione

La partita è certamente più alta, perché su di essa si regge il governo. Ma quanto è accaduto venerdì scorso alla Camera nel voto sul milleproroghe – prima per la fiducia sul maxi-emendamento e poi quando si è pronunciato il “sì” finale al decreto legge – qualche fremito deve averlo creato nella maggioranza, che in settimana si appresta a portare al traguardo il decreto sul fisco municipale.

L’aula di Montecitorio ascolterà domani le comunicazioni del governo sulla riforma che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, aveva dichiarato «irricevibile» subito dopo l’approvazione definitiva da parte di Palazzo Chigi, che aveva deciso di tirare diritto anche in assenza del parere della bicamerale sul federalismo. Dopodiché ci saranno le votazioni, che potrebbero anche comportare un nuovo, ulteriore ricorso alla fiducia.

E c’è da pensare che i ranghi della maggioranza saranno sicuramente più serrati di quanto non lo siano stati lo scorso fine settimana. La fiducia al maxi-emendamento sul milleproroghe, infatti, è passata con 309 voti a favore e 287 contrari. La maggioranza, dunque, si è trovata distante dai 314 voti che era riuscita a incassare nella fiducia del 14 dicembre, quando, dopo lo strappo dei finiani di Fli, si trovò al punto più basso di coesione. Nel frattempo, i numeri di Berlusconi e Bossi sono cresciuti, fino a raggiungere quota 320. Per questo il risultato di venerdì dà da pensare. Hanno, certamente, pesato le assenze in un fronte e nell’altro e il fatto che il venerdì sia giornata di partenze dei parlamentari verso casa. Si trattava, però, pur sempre di un voto di fiducia.

Tanto più che subito dopo il via libera al maxi-emendamento, il governo è stato battuto su un ordine del giorno presentato dall’Udc in relazione alla norma del milleproroghe sull’anatocismo bancario, cioè il calcolo degli interessi sugli interessi. E come se non bastasse, poche ore dopo, quando si è trattato di votare il decreto legge nel suo complesso, l’aula di Montecitorio ha espresso 300 voti a favore e 277 contro. Strada facendo, dunque, la maggioranza aveva perso nove voti. C’è da dire, che quelle preferenze non sono passate dall’altra parte, dove pure si è registrato un calo di presenze.

La situazione, però, si conferma assai fluida. I movimenti da un partito all’altro – con relativi strascichi polemici: è della scorsa settimana l’accusa dell’onorevole Gino Bucchino (Pd) di aver ricevuto la proposta di cambiare casacca dietro lauta ricompensa – sono all’ordine del giorno. A farne le spese è stato soprattutto il Fli, che, da ultimo, ha visto il passaggio di Luca Barbareschi al gruppo Misto. È, invece, rientrato il malumore dell’ex ministro delle Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, che ha deciso di rimanere accanto a Gianfranco Fini.

La transumanza ha favorito il Pdl, che alla Camera si accredita di una maggioranza oltre la soglia di sicurezza, che è di 316 voti. Dunque, il voto sul fisco municipale, che ha già superato l’esame del Senato, non dovrebbe conoscere rischi. Ma i margini risicati e il bradisismo politico degli ultimi tempi non consentono a Berlusconi e Bossi alcuna distrazione.

Scarti minimi

I DEPUTATI

Sui banchi della Camera siedono 630 parlamentari, che in questo momento sono divisi in otto gruppi

LA MAGGIORANZA

L’obiettivo annunciato da tempo dal governo è di arrivare a 325 deputati

I VOTI

Nella migliore delle ipotesi

il governo può contare

al momento su 320 deputati

28 febbraio 2011 – ilsole24ore.com

 

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