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Il «conto» minimo del redditometro. Soglia sicurezza per evitare controlli

La spesa media Istat costituisce uno degli elementi imprescindibili da quantificare per determinare il reddito ricostruibile con il nuovo redditometro; a tale parametro, poi, si aggiungono altri elementi, come le spese diverse disponibili nell’anagrafe tributaria, gli incrementi patrimoniali e la quota del risparmio.

Le ultime variabili non possono essere standardizzate, mentre la prima è determinabile consultando i dati presenti sul sito Istat; probabilmente, è credibile che tale conteggio possa essere automatizzato anche dall’agenzia delle Entrate. Ecco allora che abbiamo provato a ipotizzare una situazione “standard” di alcuni contribuenti con consumi-base, differenziati a seconda del nucleo familiare e della zona territoriale di residenza. Si tratta, per la maggior parte, di voci che la tabella A allegata al decreto chiede di rilevare secondo le medie nazionali, anche se abbiamo aggiunto, per completare il quadro, anche altre voci frequenti, quali quelle dell’affitto dell’abitazione, le utenze elettriche e del gas, oltre alle spese per la gestione di una vettura di 55 Kw. Si può allora ottenere una sorta di “zoccolo duro” di reddito ricostruito associato alle spese quotidiane normalmente sostenute in una annualità; il parametro ha ovviamente valore esemplificativo, dovendosi sempre analizzare ciascuna posizione con le proprie peculiarità.

Una ulteriore semplificazione adottata risiede nel fatto di avere considerato che vi sia un unico soggetto, nel nucleo, che produce reddito, con la conseguenza che a lui andranno imputate tutte le spese. Si presume, insomma, che le spese vengano sostenute da ciascun percettore in proporzione alla propria capacità.

Per verificare se la posizione sia o meno accertabile, poi, su ciascun soggetto si applicherà il meccanismo della franchigia del 20%, che in questo caso è relativa a un unico soggetto. A tale riguardo, inoltre, va precisato che il reddito accertabile in modo sintetico è quello complessivo, vale a dire il reddito lordo del contribuente; pertanto, le soglie indicate negli esempi non si riferiscono agli introiti netti della famiglia, ma al più elevato importo rinvenibile dalla dichiarazione dei redditi, dal modello Cud, eccetera. Fatte tali precisazioni, è possibile provare a svolgere alcune valutazioni sui risultati ottenuti. In primo luogo, si nota una marcata variabilità dei risultati in relazione alla collocazione territoriale del contribuente; si noti, ad esempio, come nel caso del single il dato del Nord-ovest si differenzi rispetto a quello delle isole per circa il 28 per cento. Tale variabilità permane anche in relazione alle altre tipologie di nucleo familiare, sia pure con alcune lievi differenziazioni. Volendo sintetizzare (sempre tenendo conto che alcuni dati indicati, come l’affitto, sono puramente teorici), sembra di capire che il costo della vita cambia del 30% tra Milano e Palermo. Sul calcolo incide, ovviamente, anche il numero dei componenti il nucleo; sempre con riguardo a Milano, la coppia con un figlio incrementa del 25% rispetto al single, mentre un figlio in più fa salire il livello del 12% e gli ulteriori del 6 per cento. Si tratta solo di impressioni, poiché alcune voci sono rimaste immutate, come ad esempio la presenza dell’auto, presente in tutte le ipotesi. Spesso, poi, i dati rilevati dall’Istat non sono presenti, in quanto dalle rilevazioni si è raggiunto un importo inferiore alla metà della spesa minima, ritenuto per questo motivo non significativo. Nonostante tutto, è possibile assumere i risultati degli esempi come direttrici indicative, alle quali, poi, ciascuno dovrà aggiungere l’impatto degli investimenti, area sulla quale si ha l’impressione che si giochi la vera partita del nuovo redditometro.

Il Sole 24 Ore – 14 gennaio 2013

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