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Il «Ssn» fa i conti con la riduzione degli investimenti. Copertura sempre meno universalistica del sistema italiano

Non è vero che è sprecone, almeno non dappertutto. Anzi, a guardare quanto spendono altrove in Europa, addirittura ha una «natura sobria». Sorpresa, almeno per chi non lo sapesse: il servizio sanitario nazionale non è affatto da buttar via.

Ma a forza di tagli e di mancati investimenti, rischia concretamente, soprattutto al Sud e nelle regioni sotto piano di rientro dal maxi debito, di non poter assicurare quella che è la sua mission, ovvero garantire le necessità e i diritti di salute degli italiani. La Bocconi ne è sicura: per la sanità pubblica il pericolo di undertreatment, è già adesso un’amara realtà.

Alla prova sempre più difficile della sostenibilità, insomma, il Ssn è quanto mai sguarnito. E il «Rapporto Oasi 2013» del Cergas Bocconi, curato da Elena Cantù e Francesco Longo, elenca meticolosamente i vizi (molti) e le virtù (non rare) di un sistema che di universalistico ormai conserva sempre meno. Anche se, oltre ai difetti d’origine e alle vere e proprie anomalie (e non solo) gestionali, uno dei punti di partenza del rapporto è il gap vistoso di investimenti in infrastrutture dunque in salute: tagli che colpiscono tutti i fattori produttivi (personale, macchinari, privato accreditato), che mentre fanno calare gli investimenti, rendono al tempo stesso più complicate la performance sanitaria «presente e futura». Di fatto, creando «debito sommerso» per il futuro.

Un esempio dei debiti a “scoppio ritardato” sono i tempi biblici di rimborso dei fornitori (236 giorni per i farmaci, 274 per le attrezzature), con le solite escursioni Nord-Sud. Ma anche l’estrema variabilità della spesa per investimenti, che da fronte di una media nazionale di 59 euro procapite, registra la punta massima di 111 euro dell’Emilia Romagna e quella minima di 20 euro in Calabria. Tutto questo, riconosce la Bocconi, mentre il Ssn può vantare sobrietà nella spesa pubblica rispetto ai principali partner Ue. E mentre, allo stesso tempo, va riconosciuto che il deficit nelle “regioni canaglia” s’è ridotto notevolmente: in Campania, ad esempio, nel 2012 è sceso a un decimo di quello del 2005. Ma sono successi solo parziali. La garanzia dei Lea (livelli essenziali di assistenza) è una chimera proprio dove i conti non tornano: col rischio appunto di iniquità nordsud e, appunto, di undertreatment. Per non dire dell’assenteismo per malattia e permessi, più forte da Roma in giù. E perfino nella scelta dei manager che peraltro, secondo un’analisi tra quattro grandi regioni (Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana), di formazione “manageriale” si scopre che ne hanno ben poca. Principalmente sono maschi, medici e a fine carriera, i dg di Asl e ospedali. E in Lombardia spiccano per la loro matrice «politica». Chissà al Sud come va.

Il Sole 24 Ore – 21 gennaio 2014 

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