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Il Palazzo conteso e quella gara tra gli «eredi» della Serenissima. La Regione celebrerà la fine della Repubblica, altolà dei venetisti

Chi è l’ultimo erede della Serenissima? Il «doge» Luca Zaia, come amano vezzeggiarlo Salvini e i leghisti tutti, che sulla suggestione dell’indipendenza – ora più prudentemente diventata autonomia – ha costruito una fortuna elettorale? Oppure Albert Gardin, l’editore col cappello e il tabarro che va dicendo d’essere l’unico legittimo successore di Lodovico Manin, il centoventunesimo dux della Repubblica? O Luigi Brugnaro, che di Venezia è per molti oggigiorno il vero padrone, sindaco, ricco industriale, proprietario di terre e financo della Reyer, la squadra di basket della città? E a chi appartiene Palazzo Ducale, che del doge fu la sontuosa casa-prigione affacciata su San Marco? È dei veneti? Dei veneziani (Renato Brunetta, fosse diventato sindaco, avrebbe voluto portarci il consiglio comunale; Giorgio Orsoni lo chiese inutilmente allo Stato, più volte)? Di tutti gli italiani?

È attorno a queste domande che si gioca l’ennesima querelle nata in questi giorni sui banchi del consiglio regionale tra nostalgie da fado lagunare, rivendicazioni storico-culturali e un orgoglio furbescamente rinfrescato dall’imminente referendum per l’autonomia. Il 12 maggio si celebreranno i 220 anni del «Tremendo Giorno», quello in cui Manin, l’ultimo doge della Serenissima (il «Sior Spavento» di Foscolo), e il Maggior Consiglio ordinarono di ammainare la bandiera col leone marciano per lasciar posto al vessillo francese, consegnando la città a Napoleone Bonaparte e mettendo fine alla millenaria storia della Repubblica di Venezia. «Una decisione presa in assenza del numero legale – fa notare Luciano Sandonà della Lista Zaia – che ha comunque segnato l’amaro epilogo di 1100 anni di buon governo». Per questo il consigliere, sostenuto dai colleghi della Lega, ha chiesto e ottenuto come da regolamento dal presidente dell’assemblea Roberto Ciambetti di convocare il consiglio, «erede morale dell’antico parlamento veneto», per ricordare degnamente in una seduta straordinaria quei ricordi. Dove? Nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, ha suggerito Sandonà, «per dare solennità al momento» e far spazio anche i sindaci delle Province del Veneto, di Brescia e di Bergamo (poi si sono aggiunte Rovereto, Crema, Udine, Pordenone, Gorizia e pure l’Istria e la Dalmazia).

L’idea non era originale: qualcosa di simile, col poeta Bandini e lo storico Isnenghi, fu allestito nel cortile di Palazzo Ducale già nel 1997, in occasione dei 200 anni del «Tremendo Giorno», dal consiglio dominato dall’allora «doge» Giancarlo Galan (va detto che qui lo sono stati un po’ a tutti, da Bernini a De Michelis) ma l’evento finì oscurato da una commemorazione con molte meno grisaglie e assai più fuorilegge: l’assalto al Campanile di San Marco orchestrato dai Serenissimi a bordo del «tanko» (era l’8 maggio, quattro giorni prima). Ad ogni modo, Sandonà ha mandato su tutte le furie Albert Gardin, sedicente centoventunesimo doge di Venezia, eletto nell’ottobre scorso dal sedicente ricostituito Maggior Consiglio, dopo un blitz proprio a Palazzo Ducale: i venetisti pagarono regolare biglietto (19 euro, non poco) e una volta dentro procedettero col voto, finendo tutti identificati dalla polizia. «Palazzo Ducale è già stato prenotato da noi – avverte Gardin – con lettera del 23 marzo al premier del governo occupante Paolo Gentiloni. Tra noi e i consiglieri della Regione italiana Veneto c’è una differenza enorme: loro commemorano un mondo finito, noi celebriamo la continuità politica e giuridica della Repubblica Veneta. Il 12 maggio denunceremo il complotto internazionale che portò al golpe del 1797. E vogliamo anche che i francesi ci restituiscano le “Nozze di Cana” del Veronese che ci hanno rubato».

Lo Stato occupante e proprietario (Palazzo Ducale è suo), che per una beffa del destino l’anno scorso acconsentì ad un vertice proprio con i vituperati francesi capitanati da Hollande, stavolta per il tramite del Comune di Venezia e della fondazione dei Musei civici non sembra affatto intenzionato a dire sì. Né al consiglio regionale, a cui è stato fatto sapere informalmente che l’uso del Palazzo costa attorno ai 160 mila euro («E chi li ha?» ha strabuzzato gli occhi Ciambetti), né a Gardin, la cui magistratura incredibilmente non trova riconoscimento presso le autorità italiane. «Ma noi procederemo comunque – avvisa quest’ultimo – confido ancora nella risposta di Gentiloni ma se sarà necessario, compreremo di nuovo i biglietti come normali visitatori». Sandonà, nonostante il rammarico per un’iniziativa partita con una certa grandeur e finita in un mezzo pasticcio, s’è invece rassegnato a Palazzo Ferro Fini, sede ordinaria del consiglio: «Peccato, si è persa un’occasione, ma faremo di tutto per organizzare comunque un evento in grande stile». I sindaci delle furono province della Serenissima, però, pare daranno forfait e i nomi degli studiosi che terranno la lectio restano segretissimi.

Intanto il Pd maramaldeggia («Ammazza, 220 anni per elaborare il lutto…» sorride Bruno Pigozzo; «Un grande futuro alle spalle, questa è la Lega» rincara Stefano Fracasso), Olivero Toscani irride («Una monada ») e tra gli indipendentisti più accorti c’è chi storce il naso: «Possibile debba finire sempre tutto in vacca? In Catalogna la Diada è una cosa seria, qua da noi si finisce sempre nel folklore, come con la storia della minoranza nazionale. E invece del bene, si fa soltanto male alla Causa. Che tristezza».

IL Corriere del Veneto – 4 maggio 2017

 

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