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Il Papa: «Un buon imprenditore non è uno speculatore». Il Pontefice a Genova: «L’obiettivo non è un reddito per tutti ma un lavoro per tutti, attorno al lavoro si edifica il patto sociale»

Visita Genova, la città da dove suo padre partì migrante per l’Argentina. Francesco inizia la visita nella città dallo stabilimento dell’Ilva di Cornigliano, che oggi impiega la metà delle persone rispetto a pochi anni fa. Rimette al centro la sua pastorale economica, con un novità, un messaggio per chi governa: «L’obiettivo non è un reddito per tutti ma un lavoro per tutti. Senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti». Frase pronunciata nel suo colloquio con le 3.500 persone venute ad ascoltarlo, quattro di loro – operai, una ragazza disoccupata e un imprenditore – gli hanno posto delle domande. Il Pontefice tocca il tema del reddito di cittadinanza, e fa scattare qualche reazione nel giro della politica. Ma Bergoglio non pensa certo alle beghe nazionali, ma a chi lavora, chi lo crea e chi lo perde. Chi licenzia e delocalizza per fare più profitto, dice, non è un buon imprenditore, anzi «non è un imprenditore ma è uno speculatore». E aggiunge che «non c’è buona economia senza un buon imprenditore, senza la vostra capacità di creare lavoro, prodotti» dice rivolto all’imprenditore che gli ha posto una domanda. «Il vero imprenditore – cercherò di farne il profilo – conosce i suoi lavoratori perché lavora accanto a loro, lavora con loro. Non dimentichiamo che l’imprenditore deve essere prima di tutto un lavoratore! Se lui non ha questa esperienza della dignità del lavoro non sarà un buon imprenditore. Condivide le fatiche dei lavoratori e condivide le gioie del lavoro, del risolvere insieme i problemi, del creare qualcosa insieme. Quando deve licenziare qualcuno, è sempre una scelta dolorosa e non lo farebbe se lo potesse». E puntualizza: «Nessun buon imprenditore ama licenziare la sua gente! Chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando gente non è un buon imprenditore, è un commerciante. Oggi vende la sua gente, domani vende la dignità propria». Quindi per il Papa «una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori. L’imprenditore non va assolutamente confuso con lo speculatore, sono due tipi diversi. Lo speculatore è una figura simile a quella che Gesù nel Vangelo chiama mercenario, per contrapporlo al buon pastore. Vede azienda e lavoratori solo come mezzi per fare profitto, usa azienda e lavoratori per fare profitto, non li ama. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli creano alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, mangia persone e mezzi per il suo profitto. Quando l’economia è abitata da buoni imprenditori le imprese sono amiche della gente. Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. È un’economia senza volti, astratta. Dietro le decisioni dello speculatore non ci sino persone, e quindi non si vedono le persone da licenziare e tagliare». Nel lungo incontro cita Luigi Einaudi («Milioni e milioni di individui lavorano…») e la Costituzione: «Attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale, quando non si lavora, si lavora male o poco è la democrazia che entra in crisi, tutto il patto sociale entra in crisi. È anche questo il senso dell’articolo primo della Costituzione italiana: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o mal pagato, è anticostituzionale, secondo questo articolo! Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia perché il posto del lavoro lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite».

Carlo Marroni – Il Sole 24 Ore – 28 maggio 2017

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