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Il popolo degli Expoboh aspetta al varco Milano. Gli italiani sono storicamente diffidenti verso le grandi opere. Anche oggi prevale un atteggiamento di ambivalenza

Daniele Marini. Gli italiani hanno una sindrome allergica alle grandi opere. Le vivono perlopiù con sospetto e disincanto. Prima di considerarne l’utilità, la funzionalità, le opportunità che possono aprire, scatta un meccanismo pavloviano: il dubbio che dietro a un progetto si celi qualcos’altro.

Ruberie, raccomandazioni, speculazioni, danno ambientale: qualcosa oscura sempre la finalità ultima, appannandone gli obiettivi. Va detto che un simile sentimento trova ampia alimentazione nelle cronache quasi quotidiane. Dai reportage giornalistici ai tg satirici, dagli articoli ai blog siamo sommersi da notizie che mettono in luce scorrettezze, furti, lievitazione dei costi a danno dei contribuenti. I furbetti del quartierino sono sempre dietro l’angolo.

Com’è noto, anche Expo 2015, ormai prossima all’avvio, è stata toccata da episodi di corruzione, che vanno denunciati e perseguiti. Nello stesso tempo, però, non va dimenticato ciò che l’Expo 2015 di Milano può rappresentare: non solo un evento, ma un’infrastruttura volano per la nostra economia. In una fase in cui alcuni fattori di miglioramento si stanno palesando, l’esposizione costituisce un’opportunità per il sistema produttivo italiano. Molti consumatori dei Paesi in crescita guardano al Made in Italy come un valore aggiunto importante. Di questo gli imprenditori sono consapevoli e non è un caso che siano i più attivi e attenti all’evoluzione della manifestazione. Il cibo e l’alimentazione, temi al centro dell’evento, costituiscono uno degli asset principali dell’Italia a livello globale e funzionano da traino anche per gli altri settori.

Ma l’Expo non è solo un evento: va considerato al pari di una infrastruttura. E opportunamente il Ministro Delrio, fin dall’assunzione del suo incarico, l’ha posto fra le grandi opere. Perché come altre esperienze hanno dimostrato (Genova, Torino) queste iniziative vanno considerate anche un’occasione per rivisitare lo sviluppo di un territorio. Guardando oltre all’evento in sé, spostando l’ottica alle ricadute negli anni a venire. Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa, con l’Indagine LaST, ha interpellato gli italiani per cogliere le aspettative verso l’Expo e i fenomeni che esso potrà generare. L’esito complessivo non è però entusiasmante. Prevale un orientamento di ambivalenza, venato da un orientamento negativo. Al primo posto, quasi inevitabilmente, gli italiani collocano una preoccupazione: l’infiltrazione di criminalità e l’alimentarsi di fenomeni legati alla corruzione (62,6%), in particolare fra i residenti nel Nord. Al secondo posto, invece, troviamo la speranza che si generi una maggiore attenzione alla qualità dei prodotti e alla sicurezza dei consumatori (56,8%), con una netta prevalenza fra gli abitanti del Centro e del Nord Est. Si tratta di due opzioni dal segno opposto: la prima è un’apprensione, la seconda un auspicio. Che però convivono.

La classifica prosegue evidenziando posizioni che mettono in luce valutazioni preoccupate: non sono maggioritarie, tuttavia sono assai diffuse. Il 43,3% ritiene che una volta terminato l’evento, l’Expo non avrà ricadute positive, ma sarà stato un semplice episodio. Una quota analoga (43,3%) pensa che i costi siano eccessivi per un paese come l’Italia ancora in grande sofferenza economica. Il 40,7% teme un eccesso di cementificazione e presume un impatto negativo sull’ambiente. Gli aspetti positivi rivestono un minor grado di accordo. Se il 41,9% prevede che l’Expo creerà nuovi posti di lavoro, solo il 38,4% immagina che vengano avviati nuovi centri di ricerca e sviluppo. E una quota simile (35,8%) intravede un contributo al rilancio dell’economia.

Sommando le risposte ottenute dagli italiani è possibile costruire un profilo di sintesi delle aspettative verso l’Expo. Il profilo prevalente è costituito da incerti, in bilico fra aspetti positivi e negativi, in un gioco a somma zero: gli «Expoboh». Sono il 43,8% degli italiani, in particolare donne, giovani, studenti, residenti nel Nord Est, laureati. Il secondo profilo è composto da chi prevede solo ricadute negative: i «noExpo». Sono il 31,2% degli interpellati soprattutto fra i 25-34enni, i disoccupati, i diplomati. Il profilo minoritario, benché non marginale, è di chi immagina effetti positivi: gli «Expofan» (25,0%). Questo gruppo annovera soprattutto maschi, ultraquarantenni, imprenditori e casalinghe, residenti nel Mezzogiorno.

Solo una manciata di giorni e si taglierà il nastro della manifestazione. Ma gli effetti sostanziali si potranno misurare solo una volta chiusa. Se l’Expo sarà stato progettato anche come una infrastruttura, ne potremmo toccare con mano i risultati. E, una volta tanto, avremo trovato un rimedio all’allergia italiana verso le grandi opere.

La Stampa – 13 aprile 2015

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