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Il Prosecco fra affari, pesticidi e inquietudini. Scontro sull’inchiesta di Report. I produttori: «Basta accusarci». E Trieste vuole i diritti sul nome

Metalaxyl, Dimetomorph, Fenhexamid e Pyrimethamil. Difficile pronunciarli, ma basta osservare l’analisi mostrata alle telecamere di Report per capire che si tratta di pesticidi. Residui trovati in quattro diverse bottiglie di Prosecco fatte esaminare in laboratorio. Residui molto al di sotto dei limiti di legge, è bene precisarlo subito. Ma l’effetto non è dei migliori. Soprattutto quando tracce di tre dei medesimi pesticidi emergono anche dall’analisi su un prodotto ufficialmente biologico. Mentre i racconti dei residenti barricati in casa per evitare le nubi sprigionate delle irroratrici affondano il coltello nella piaga.

Le colline del Prosecco sotto la lente dei giornalisti Bernardo Iovene e Carla Falzone: ad emergere è il ritratto di un territorio dove le inquietudini restano. E all’orizzonte spunta pure lo spettro di una battaglia legale con gli agricoltori di una frazione di Trieste, a caccia di royalties (cioè diritti) sul nome delle bollicine che valgono oro, oltre due miliardi di fatturato all’anno. Attesa e temuta, l’inchiesta andata in onda ieri sera su Rai 3 ha confermato accuse e smentite: le incertezze di un territorio nel quale la prefettura ha persino istituito un tavolo permanente sul caso fitofarmaci, dopo il moltiplicarsi di proteste fra Conegliano e Valdobbiadene. Nel racconto ci sono i coltivatori biologici con i loro vitigni intaccati dall’uso di prodotti chimici dei vicini, c’è Luciano Bortolamiol, che a Vidor si chiude in casa dotandosi di filtri per pulire l’aria dalle nebulizzazioni, ci sono mamme preoccupate per le scuole a ridosso dei campi, c’è Daniela Castiglione che a Farra di Soligo attacca: «In sei famiglie, due morti di tumore alle ovaie e due con endometriosi. E un altro tumore ai bambini. Qui è pieno di falde inquinate». Un’accusa già portata all’ultimo incontro in prefettura, provocando la dura reazione di Innocente Nardi, presidente del Consorzio Docg: «È allarmismo dannoso e falso, basato sul nulla». Allo stesso vertice c’era Sandro Cinquetti, responsabile del dipartimento di prevenzione dell’Usl 7. «Nessuna allerta sanitaria per la popolazione – conferma a Report – la situazione epidemiologica è nella norma». Perché i controlli ci sono, ripetono Comuni e Consorzi, e nel 2011 è stato firmato un protocollo per eliminare progressivamente l’uso di molecole potenzialmente pericolose. «Pochi violano le regole, ma si criminalizza un’intera categoria – dice Luciano Fregonese, sindaco di Valdobbiadene – Mi chiedo il perché di questa attenzione programmatica al Prosecco». Come se non bastasse, su un altro fronte, ecco la minaccia legale. L’annuncia da Trieste Edi Bukavec, segretario dell’associazione di agricoltori Kmecka Zveza, pronta a chiedere il copyright dell’1% dei profitti su ogni bottiglia venduta: il nome Prosecco deriva infatti da una piccola frazione sul costone carsico del capoluogo giuliano, cruciale per legare la denominazione Doc ad un luogo fisico e non più ad una vite, come imposto dall’Ue nel 2008. Ed anche fondamentale per impedire che il vino possa essere prodotto dappertutto. Trovata la frazione topònima, racconta Report, l’operazione successiva curata dall’allora ministro all’agricoltura Luca Zaia è stata stabilire per decreto che Glera (il vitigno autoctono) è sinonimo di Prosecco. In cambio del «favore», l’accordo con gli agricoltori della zona prevedeva una bonifica della loro area per iniziare anche qui le coltivazioni. Non è mai accaduto. Ed i giuliani, che non lo possono produrre, chiedono almeno i diritti sul nome: «Non li avranno mai – ribatte Stefano Zanette, presidente del Consorzio di Tutela del Doc – ma questa grande messinscena non farà bene al nostro simbolo».

Il Corriere del Veneto – 15 novembre 2016 

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