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Il Titolo V della riforma costituzionale non gode buona salute. Il vero ministero della Salute resterà quello dell’Economia, che apre o stringe i cordoni della borsa delle Regioni

di Ivan Cavicchi. Il Titolo V in realtà è una “riforma della riforma”. È stato riformato nel 2001 introducendo per i ben noti motivi politici, la devoluzione dei poteri. Un’esperienza in tutti i sensi fallimentare perché ancor prima delle incapacità e dell’immoralità delle Regioni, si è tradito e compromesso il principio di Montesquieu dell’equilibrio dei poteri facendo disastri.

Il nuovo Titolo V in teoria dovrebbe dichiarare l’incapacità delle regioni a governare la sanità in modo tale da rimettere le cose a come erano prima del 2001: allo Stato centrale i suoi poteri storici e alle regioni le loro storiche funzioni esecutive. Quindi decentramento amministrativo in luogo della devoluzione.

Ma è così? No. Si tratta di una riscrittura evidentemente molto mediata quindi molto generica e ambigua che non introduce tutti quei cambiamenti che ci saremmo aspettati ma soprattutto lascia irrisolto il nodo del governo della sanità al quale si ricollega quello altrettanto fondamentale della sua sostenibilità. Il suo vero obiettivo è abolire la legislazione concorrente ma non per far contento Montesquieu, semplicemente per ridurre il contenzioso legale tra regioni e stato centrale.

La sanità inoltre non rientra, come si dice nella propaganda, nelle competenze esclusive dello Stato ma resta a metà strada cioè come è esattamente ora perché le regioni conservano giustamente potestà importanti in ordine alla pianificazione e organizzazione dei servizi. Ciò che le regioni perdono è lo spending power ma questo è già un dato di fatto ormai da molto tempo. Da anni chi comanda in sanità è il ministero dell’economia quello alla salute è diventato simbolico e finanziariamente non conta niente. Le regioni incassano solo ciò che è loro concesso dalle leggi di bilancio.

Inoltre non è vero che avremo tutti lo stesso diritto alla salute ma sussisteranno tutti gli squilibri nord/sud con in più un federalismo differenziato per le regioni a statuto speciale. Avremo quindi anche una sanità a statuto speciale il che vuol dire che in alcune regioni la devoluzione resta.

L’esclusività dello stato sulla sanità riguarda solo la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lea) determinazione che per altro è sempre stata come è ovvio che sia in capo allo stato centrale. Il nostro è un servizio sanitario nazionale organizzato su base territoriale per cui le tutele pubbliche non possono essere decise dalle regioni.

Rispetto alla sanità tutta la novità riformatrice del Titolo V sarebbe dentro una frase generica: “Disposizioni generali e comuni per la tutela della salute e per le politiche sociali” e nella cosiddetta clausola di “supremazia”, per la quale lo Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva qualora “lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

Insomma per la sanità questo Titolo V, propaganda a parte, è un «pacco» che non risolverà i problemi e men che mai assicurerà un maggiore universalismo. È vero le regioni hanno fallito ma il rimedio adottato per certi versi è peggiore del male. Mi riferisco ad una super centralizzazione tutta e solo finanziaria. Indipendentemente dal Titolo V da anni la sanità è gestita dall’economia con la Gsa (gestione sanitaria accentrata), con un sistema panottico che controlla ogni dettaglio del sistema di spesa (si chiama monitoraggio). Da anni la sanità è aggiogata a tagli lineari, dolorosi piani di rientro, commissariamenti.

Chi al referendum voterà Sì per togliere la sanità alle regioni, per avere più cure, più tutele e meno ticket si inganna.

Il Manifesto – 12 ottobre 2016 

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