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In Veneto medici sempre più vecchi e stressati. «In dieci anni il 40% in pensione». Non c’è ricambio. Meno assenze per malattia: la dedizione del personale garantisce l’assistenza

Per una volta sindacati e Regione vanno nella stessa direzione. Se da una parte il governatore Luca Zaia si batte affinché gli Atenei di Padova e Verona ottengano dal ministero dell’Università e della Ricerca un maggior numero di ingressi nei corsi di laurea dedicati alle professioni sanitarie, dall’altra la Cgil denuncia un’ulteriore grave carenza che penalizza il Sistema sanitario regionale ed è causata anche dai pochi posti concessi da Roma nelle Scuole di specialità. Ovvero camici bianchi sempre più «anziani» e in numero ridotto al punto che, recita un dossier elaborato dalla sigla di categoria in base ai dati 2010/2015 diffusi dalla Ragioneria di Stato, «risulta particolarmente preoccupante la percentuale di dottori in uscita nei prossimi 10 anni: rischia di portare al collasso la sanità veneta». «Dal 2010 al 2015 si è registrato un aumento non sostanziale di camici bianchi — spiega Daniele Giordano, segretario regionale Fp-Cgil Veneto — appena 46 unità, da 6.964 a 7.010. Incremento determinato in particolar modo dalla crescita nelle Usl vicentine di 54 unità e in quelle trevigiane di 31. Essendo cresciuti i bisogni di salute, ciò implica un maggior carico di lavoro per il personale in servizio, insufficiente anche per l’aumento dell’età anagrafica».

Stando alla ricerca, che prende in esame i camici bianchi al lavoro nelle nuove 9 Usl, dal 2010 al 2015 la loro età media è salita da 47 a 51 anni. «Un andamento che conferma come il turnover abbia solo parzialmente contenuto l’aumento dell’anzianità — recita il report —. Tocca i 50 anni in un settore, è bene ricordarlo, che lavora su turni di 24 ore». Ormai i medici vanno in pensione a 67 anni, che diventano 70 per i primari e 75 per gli universitari. E infatti 1.700 dottori in servizio nelle Usl venete, pari al 24% del totale, ha tra 55 e 59 anni; il 16%, cioè 1157, ne ha tra 60 e 64, perciò il 40% dei camici bianchi nel prossimo decennio andrà in pensione. «Se non adeguatamente accompagnato, tale fenomeno rischia di creare grandi difficoltà per la tenuta dei servizi e per il passaggio di competenze — avverte Giordano —. In più, pur avendo superato i 55 anni, quasi la metà dei medici svolge lavori gravosi su una turnazione di 24 ore». Eppure, nonostante i carichi di lavoro, le assenze per malattia diminuiscono. Dal 2010 al 2015 gli uomini passano da una media di 7,03 giorni a una di 6,36, invece le donne sono stabili: da 9,74 a 9,29 giorni. «Questi dati evidenziano non solo un basso tasso di malattia del personale medico, ma anche il fatto che assenze fisiologiche vengano addirittura ridotte proprio a causa dell’assenza di ricambio — recita il rapporto —. E’ la prova che le campagne sull’assenteismo e sui fannulloni del pubblico impiego siano destituite da ogni fondamento e che proprio la grande dedizione del personale al lavoro permetta la qualità dell’assistenza ancora oggi garantita».

L’altra nota dolente è la retribuzione: il blocco del contratto nazionale causa un calo in busta paga calcolato dalla Cgil in 1514,94 euro medi all’anno. «Le Usl investono meno nel personale che, nonostante l’aumento dell’anzianità anagrafica, non vede riconosciuto un incremento contrattuale da 7 anni — chiude Giordano —. Senza contare le riduzioni su voci importanti come la formazione continua di cui, sempre più spesso, si fanno carico i lavoratori». «Non è vero che non si investe sul personale — replica Domenico Scibetta, direttore generale dell’Usl 6 Euganea, la più grande del Veneto con 7800 dipendenti — la Regione ci garantisce il turnover autorizzando ogni nostra richiesta di nuove assunzioni, di medici come di infermieri e operatori sociosanitari. Il problema, piuttosto, è la carenza di alcuni specialisti, come gli anestesisti: in due mesi abbiamo indetto due concorsi e uno è andato deserto, il secondo ha visto un solo candidato. L’altro motivo della carenza dei medici è la programmazione ministeriale dei posti nelle Scuole di specializzazione che, per motivi economici, non considera il reale fabbisogno delle Regioni e quindi è insufficiente».

Michela Nicolussi Moro – Il Corriere del Veneto – 9 luglio 2017

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