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Inps, patrimonio attivo «a tempo». La «ricostituzione» a 40 miliardi sarà erosa in 10 anni per le future anticipazioni dallo Stato

Lo Stato ha sistemato i suoi rapporti finanziari con l’Inps ma la soluzione adottata è solo temporanea. Quest’anno l’Istituto guidato da Tito Boeri dovrebbe ritrovarsi con un patrimonio netto ricostituito di circa 40 miliardi, una nuova linea di bilancio che avrà tuttavia vita breve e tra meno di dieci anni tornerà negativa. La metamorfosi contabile, che si realizzerà verso luglio dopo aver approvato in sede di assestamento la variazione a un preventivo 2018 che segna ancora un rosso di 17,1 miliardi, è frutto di un intervento con cui il Tesoro ha cancellato 88,8 miliardi di debiti cumulati da Inps, una scelta maturata dopo un lungo confronto tecnico-politico e che fa il paio con una serie di mosse pressoché identiche fatte in passato, la più nota delle quali risale a trent’anni fa (legge Finanziaria del 1988), quando venne cancellato un debito di 121.630 miliardi di vecchie lire, stabilendo per legge che le anticipazioni concesse fino ad allora dallo Stato per garantire alcune prestazioni erogate dovevano intendersi come “trasferimenti definitivi”.

Prima di proseguire in questo racconto dello strano consolidamento del secondo bilancio della Repubblica vale la pena ricordare due cose fondamentali: 1) secondo la contabilità Ue la regolazione dei flussi di credito/debito tra Stato e Inps non ha alcun impatto né sul deficit né sul debito pubblico; 2) le pensioni e le altre prestazioni garantite mensilmente a circa 18 milioni di utenti non dipendono dall’attivo o dal passivo Inps ma sono in buona parte coperte da trasferimenti e anticipazioni dello Stato (104,3 miliardi quest’anno a fronte di 352 miliardi di pagamenti in preventivo).

Ma torniamo alla regolazione dei conti fatta con l’ultima manovra. Cancellati con un tratto di penna 88,8 miliardi di debiti iscritti nel rendiconto 2015 e compensati i 29,4 miliardi che Inps vantava nei confronti dello Stato, l’allineamento positivo è attorno ai 40 miliardi. Il problema è che lo Stato continuerà da qui in avanti a coprire parte delle prestazioni Inps con il suo strano mix di “trasferimenti a titolo definitivo” e “anticipazioni”. Se la prima voce rappresenta un’entrata senza problemi per chi compila il bilancio dell’Istituto, la seconda voce verrà invece iscritta nelle passività, che anno dopo anno andranno ad erodere il patrimonio netto. In che tempi? Lo dicono i numeri: pure ridotte dai 17-19 miliardi del 2014-2015, ora si viaggia sui 3-5 miliardi l’anno di anticipazioni. In dieci anni circa, a questo ritmo e a legislazione invariata, il patrimonio tornerà a zero.

Non è facile capire perché il ministero dell’Economia non definisca tutte le risorse girate a Inps come “trasferimenti definitivi” mantenendo viva la voce “anticipazioni” per alcuni miliardi l’anno, anticipazioni che Inps per definizione non potrà mai restituire. La scelta di puntare di più sui “trasferimenti” c’è ed è emersa negli ultimi anni con le coperture delle recenti salvaguardie-esodati ma anche per dare copertura all’estensione del cumulo contributivo, cioè interventi estensivi per la maturazione del diritto alla pensione. Ma non è stato fatto il passo definitivo.

Come ha fatto notare qualche mese fa l’Ufficio parlamentare di Bilancio il debito dell’Inps nei confronti dello Stato è frutto di una “finzione contabile”, dovuta a una normativa che s’è stratificata negli anni e in base alla quale le coperture di alcuni disavanzi devono, appunto, essere fatte con “anticipazioni”. Anche la Corte dei conti anno dopo anno fotografa nelle sue analisi questa incongruità, che tale rimane. Quando, tra una decina d’anni, il patrimonio tornerà a inabissarsi la spesa per pensioni potrebbe minacciosamente tracimare sopra la linea del 15% del Pil, se le previsioni a medio-lungo termine europee (un po’ più pessimiste di quelle della Ragioneria) si avverassero.

Non sarebbe una cattiva idea, in questa prospettiva, cercare di razionalizzare il pletorico bilancio dell’Istituto, composto di oltre 50 gestioni diverse (13 sono i fondi settoriali di solidarietà) di cui solo 4 tra le principali gestioni previdenziali presentano un risultato economico previsto in positivo nel 2018 (i lavoratori dipendenti, i parasubordinati, le gestioni temporanee che pagano gli ammortizzatori sociali o l’ex Enpals). Si potrebbe per esempio puntare su un bilancio con pochi grandi aggregati: lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti, una gestione per le prestazioni temporanee e un’altra per gli interventi assistenziali e di sostegno. Un intervento di trasparenza per provare a uscire dal pantano di norme che si sono stratificate dalla riforma del 1988 a oggi e che rendono erculeo lo sforzo di chi deve leggere il bilancio. Un’evoluzione contabile che, unita al superamento della dicotomia tra “trasferimenti” e “anticipazioni” dello Stato, potrebbe essere il prodromo anche per una semplificazione amministrativa del sistema previdenziale. Ma questa è un’altra storia.

Il Sole 24 Ore – 18 aprile 2018

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