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Insetti che mangiano la plastica: sono davvero una soluzione al problema dell’inquinamento? Quale impatto sull’ecosistema? La scoperta casuale di una ricercatrice italiana

Luca Foltran. Secondo uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Current Biology, le larve della tarma della cera (Galleria mellonella), noti parassiti degli alveari, sono in grado di mangiare e degradare la plastica. Ad aumentare il fascino di questa storia, è che la scoperta è avvenuta in modo del tutto casuale. La notizia è piombata di diritto su tutte le prime pagine dei giornali, ne hanno parlato i media e diverse discussioni si sono aperte sul tema.

Federica Bertocchini, ricercatrice presso l’Istituto di biomedicina e biotecnologia della Cantabria in Spagna (Ibbtec) e apicultrice amatoriale, stava ripulendo le proprie arnie dai parassiti della cera delle api, che ha posto in normali buste di plastica, quando ha notato che i sacchetti si erano riempiti di minuscoli buchi in brevissimo tempo. La scienziata si è immediatamente messa in contatto con i colleghi dell’Università di Cambridge per svolgere alcuni esperimenti . I  ricercatori hanno così scoperto che i vermi non solo ingeriscono la plastica, ma trasformano chimicamente il polietilene in glicol etilenico.

Anche se le tarme della cera normalmente non mangiano la plastica, si sospetta che questa capacità sia parte della loro natura. “La cera è un polimero, una specie di “plastica naturale” e ha una struttura chimica non molto differente rispetto al polietilene” dicono i ricercatori. Gli scienziati sostengono che questa scoperta potrebbe essere utilizzata per inventare una soluzione biotecnologica per la gestione dei rifiuti in polietilene e continueranno a studiare il processo alla ricerca di una tale strategia.

Allo stato attuale, si sa che dopo 40 minuti a contatto con la plastica cominciano ad apparire piccoli buchi e che 100 larve riducono mediamente la massa di un sacchetto di 92 milligrammi in 12 ore. Tutto questo porta a stimare un alto indice di biodegradazione del polietilene da parte delle larve, considerato che una busta impiega decine di anni per degradarsi.

Nonostante i ricercatori ritengano questo insetto “una potenziale soluzione per sbarazzarsi dei rifiuti di plastica”, la strada da percorrere è ancora lunga. I precedenti tentativi di “indirizzare” la natura a fare lavori sporchi al posto nostro non si sono rivelati molto efficaci. Negli anni ‘30, per esempio, i “rospi della canna” furono introdotti nel Queensland australiano per controllare i parassiti delle coltivazioni con esiti disastrosi. Gli animali  si diffusero in tutto il Paese causando forti danni ad altre specie selvatiche locali.

Nel caso delle larve, si stima che, al tasso di consumo riportato dai ricercatori – circa due milligrammi al giorno – sarebbero necessari miliardi di bruchi che degradano plastica per far fronte a un quarto di quella riversata ogni anno negli oceani. Non va quindi sottovalutato l’impatto ambientale di questi insetti sull’ecosistema: con le popolazioni di api già sotto forte sforzo a causa di pesticidi, perdita di habitat e un numero crescente di predatori, è necessario valutare attentamente gli effetti di numero enorme di larve della cera nell’ambiente.

Detto questo, il problema dell’inquinamento da plastica non può e non deve essere sottovalutato ed ogni studio che porta a individuare rimedi al problema va considerato un progresso. Una soluzione  più semplice e meno pericolosa potrebbe essere quella di usare  batteri. Lo scorso anno alcuni ricercatori giapponesi hanno trovato in natura batteri in grado di degradare il PET (polietilene tereftalato), trasformando la plastica in acido tereftalico e glicole etilenico. In questo caso i ritmi sono certamente più lenti (6 settimane per degradare un pezzo di PET grande come un pollice) ma esistono ancora spazi di miglioramento intervenendo sulle condizioni di degradazione.

Mentre disquisiamo sui tempi più o meno lunghi necessari a una larva o a un batterio per degradare un pollice di plastica, fermiamoci un attimo a ragionare su chi detiene il record di degradazione: l’ambiente ce ne sarebbe grato.

Il Fatto alimentare – 25 maggio 2017

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