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    Home»Notizie ed Approfondimenti»L’8 marzo della sanità. Le donne primeggiano con quasi il 65% del personale del Ssn e oltre il 50% dei ricercatori. Ma non nei salari, nelle carriere e nelle opportunità
    Notizie ed Approfondimenti

    L’8 marzo della sanità. Le donne primeggiano con quasi il 65% del personale del Ssn e oltre il 50% dei ricercatori. Ma non nei salari, nelle carriere e nelle opportunità

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche6 Marzo 2015Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Quasi il 65% del personale del Ssn e oltre il 50% dei ricercatori è donna. E in Italia quasi un quarto dei brevetti farmaceutici appartiene a ricercatrici, quota che arriva oltre il 35% nelle biotecnologie. In posti chiave anche nel management del farmaco. Ma sono ancora troppe le sacche di discriminazione

    Vincenzina di fronte alla fabbrica, canta Jannacci. Un amaro “Stabat Mater” laico, degno del capolavoro di Pergolesi. Così scarno eppure intenso, riesce in modo essenziale a farci riflettere e commuovere sulle asperità del lavoro femminile, le stesse oggi come ieri, diverse eppure uguali. Evolutesi con la modernità eppure, nell’essenza, rimaste premoderne. Dettate da un mondo del lavoro divenuto nell’ultimo ventennio sempre più critico più per tutti quindi maggiormente per le donne.

    Però nella sanità il rosa è un colore che illumina: sono tanti e importanti, pur tra tante difficoltà, i ruoli svolti dalle donne, medico, operatrici sanitarie, in ruoli tecnici o amministrativi. Quasi il 65% del personale del SSN è donna, tre quarti di quello infermieristico, due terzi di quello amministrativo. Il primato dei medici uomini (circa il 60%) e dei ruoli dirigenziali è destinato a breve a soccombere: è in verticale crescita la quota di neolaureati, laureandi e iscritti ai corsi di laurea in materie attinenti la tutela e cura della salute, avendo abbondantemente sorpassato i colleghi uomini.

    Analogo discorso vale per la ricerca sulle scienze della vita. In Italia quasi un quarto dei brevetti farmaceutici appartiene a ricercatrici, contro una media del 10% in altri comparti. Nelle biotecnologie i brevetti al femminile arrivano a oltre 35%. Certo c’è ancora da conquistare per pareggiare i numeri. Ma ormai oltre il 50% dei ricercatori è donna. Meglio di molti altri Paesi europei, anche se là in totale sono di più (pagati molto meglio e con assai meno precarietà).

    Nel management delle imprese del farmaco, poi, la percentuale di donne con cariche di responsabilità è nettamente superiore rispetto ad altri comparti economico-produttivi. E molte farmaceutiche hanno adottato programmi specifici di supporto alle dipendenti attivando iniziative di compatibilità tra impiego e famiglia. Il farmaceutico in questo campo si pone all’avanguardia e, si spera, funga sempre più da esempio per altri settori.

    Insomma, per dirla con Marx, cresce la percezione e il riconoscimento del plusvalore del capitale umano femminile con, in più, quel contributo esclusivo di sensibilità, quel surplus di umanità e compassione che fa la differenza in ogni organizzazione tesa alla realizzazione di processi produttivi di beni o servizi. Le donne come grande risorsa per fare una sanità, anzi un mondo e una società, probabilmente molto migliori di quello attuale basato da sempre sulla biochimica litigiosa del testosterone.

    Ma non è tutto rosa come dovrebbe. Anzi. Ancora troppe, anche nel nostro settore, le sacche di discriminazione esistenti. Nei salari, nelle carriere, nelle opportunità. La dottoressa plurispecializzata da anni ferma in guardia medica, l’infermiera dai troppi lavori precari sottopagati, la giovane ricercatrice che compulsa i siti di università straniere tra speranza e amarezza. O quella studentessa in chador che, passato il mio esame, mi dice con gli occhi bassi ma che sorridono: “così non mi faranno a tornare al suo Paese”.

    Non aiuta certo una società come la nostra il cui “mood” a volte ruzzola all’indietro verso modelli culturali a dir poco retrivi, senza opportunità basate sul merito professionale e non di altro genere, talvolta becero, spesso subdolo e ingannevole, quello mascherato da sfumature di grigio, tanto per capirci. Un “moloch” di arretratezza socio-antropologica con il quale la stragrande maggioranza delle donne devono ancora lottare, spesso invano, ogni giorno.

    Con impegno, capacità, intelligenza e tenacia, volontà e fatica. E con quella speciale forza che viene dai sentimenti, a volte nonostante il dolore e le lacrime per questi, a sommare ogni giorno la fatica e le difficoltà del lavoro a quelle per la casa e la famiglia, gli affetti, ogni giorno. E poi, la sera, quando rientrano a casa, con gli occhi stanchi (ancora più belli), riescono pure a regalarci un sorriso vero.

    Ringraziamole, questo 8 marzo, le nostre Vincenzine. Se lo meritano. Ma soprattutto facciamo noi in modo di meritare loro. Tutti i giorni dell’anno.

    Fabrizio Gianfrate – QS – 6 marzo 2015

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