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La Cina che non amiamo continua a mangiare carne di cane. Come ogni anno a Yulin in scena il festival

di Stefano Biolchini. Se la Repubblica popolare cinese ha combattuto con ostinazione la dolorosa pratica del “loto d’oro” ( i piedi fasciati delle bambine garantivano l’oscillazione della camminata simile al “fiore di loto mosso dal vento”, a scapito del piede menomato permanentemente) non altrettanto può dirsi nei confronti dell’usanza orribile di mangiare i cani. E così come ogni anno a Yulin, nella provincia autonoma cinese del Guangxi, è andato in scena il festival della Carne di cane.

Sui banconi dei macellai di Yulin le carcasse squartate fanno bella mostra, mentre i musi degli animali con gli inconfondibili denti aguzzi sono esibiti come trofei , mentre l’alto vociare dei venditori assicura dalle tende della fiera prelibatezze incomparabili.

Ora, e sia detto fin da principio a scanso di dubbi, qui non si tratta di alcuna superiorità culturale: se i cinesi praticavano l’orribile “giglio d’oro” sui piedi delle loro bambine, solo da poco più di un secolo le donne occidentali – oggi frustrate da pubblicità e modelli sempre più filiformi e anoressici – sono state liberate dalla schiavitù del busto, mentre in varie parti del mondo l’infibulazione fa ancora proseliti; e tanto per tornare alla tavola un tedesco inorridisce in egual modo alla scelta di un italiano o di un francese di mangiare la lepre e perfino il coniglio, che per i tedeschi è animaletto di sola compagnia. Ad ognuno il suo inorridire, dunque.

E tuttavia non si capisce come mai quello di Yulin – che è un festival che come affermano le autorità locali “non ha il visto dell’ufficialità e risale solo agli anno ’90” – trovi tanto successo fra gli abitanti dell’Impero celeste.

Le gabbie con i cani raggomitolati fino allo stremo – in tanti muoiono già prima della macellazione – non sembrano destare alcuna pietà fra i visitatori della fiera che anzi pregustano le svariate ” prelibatezze” locali senza rimorso alcuno. Ma non tutto è oscuro o perduto. E anche se le proteste delle associazioni animaliste cinesi stavolta nulla hanno potuto contro il blocco ufficiale della mattanza – che per l’occasione ammonta a circa 2000 esemplari uccisi – l’intera azione di mobilitazione non è passata invano.

Quest’anno c’è infatti chi ha acquistato cani non per mangiarli. “Abbiamo comprato oltre 200 cani – ha raccontato una donna di nome Wang – non possiamo fermare il festival ma almeno cerchiamo di salvare quanti più cani possiamo, comprandoli”. Wang ed altri come lei hanno speso circa 500 yuan (60 euro) per ogni cane.

E inoltre 17 ristoranti locali hanno smesso di servire carne di cane tra i loro piatti (altri 48 hanno ancora la carne di cane nei loro menu).

E ancora, secondo i dati delle associazioni locali, il consumo di carne di cane nella zona è diminuito di almeno due terzi. Il governo di Yulin ha anche fatto sapere di non aver sponsorizzato quest’anno il festival.

Una goccia nel mare si dirà dal momento che sono oltre 400 milioni i cinesi che mangiano o hanno mangiato cani. Ma in Cina, si sa, ogni innovazione culturale ha tempi lunghissimi: la pratica del “loto d’oro” è però oggi solo un ricordo amaro che lascia ben sperare.

Il Sole 24 Ore – 23 giugno 2014 

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