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    Home»Notizie ed Approfondimenti»La corsa all’autonomia, Calderoli accelera sul disegno di legge e prova a rassicurare le Regioni. I nodi su Parlamento e accesso ai fondi
    Notizie ed Approfondimenti

    La corsa all’autonomia, Calderoli accelera sul disegno di legge e prova a rassicurare le Regioni. I nodi su Parlamento e accesso ai fondi

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati3 Gennaio 2023Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Roberto Calderoli durante la discussione nell'aula del Senato della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza 2018, Roma, 11 ottobre 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
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    La Stampa. Il percorso dell’Autonomia, con cui si vorrebbe trasferire dallo Stato alle Regioni la competenza su una o più materie (come la scuola, il turismo, l’energia), è a un punto di svolta decisivo. Non solo per le sorti della legge, che il ministro Roberto Calderoli vorrebbe discuterlo in Consiglio dei ministri nelle prossime settimane, ma anche per gli equilibri interni alla Lega. I governatori del Carroccio, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana, sono infatti in pressing da mesi e su questo provvedimento, quindi, si gioca un pezzo importante della leadership di Matteo Salvini.
    L’Autonomia si trasforma così, indirettamente, in una potenziale mina per la stabilità del centrodestra, dove alle spinte della Lega si contrappone il freno tirato da Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia è per natura contrario a un eccessivo decentramento dei poteri. Non a caso, di fronte alle remore di Meloni e alla sua idea di far andare di pari passo l’autonomia con la riforma per il presidenzialismo, Calderoli punta i piedi: «Sono strade completamente diverse e rincorrere l’una per l’altra mi sembra sconclusionato e privo di senso», dice dalla Calabria, dove ha incontrato il governatore Roberto Occhiuto. Poi, accusa: «È il centralismo che ha portato all’attuale sperequazione» tra le regioni del Sud e quelle del Nord. Poca diplomazia, l’aveva detto a La Stampa: «Sarò un caterpillar».
    La strada però è accidentata. «La mia speranza – dice il ministro della Lega – è che la legge possa uscire dal Consiglio dei ministri e mandata in Conferenza unificata nel mese di gennaio per essere poi discussa dal Parlamento».
    Per superare il blocco dei governatori del Sud, che temono di finire in un limbo in cui a essere avvantaggiate saranno solo le regioni del Nord, Calderoli nel suo disegno di legge, al primo articolo, specifica che il trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni «è consentito subordinatamente alla determinazione dei livelli essenziali di prestazioni (Lep)». Insomma, senza i Lep, con cui si determinano i costi e fabbisogni standard da riconoscere in ugual modo a tutti gli enti locali, le Regioni non possono chiedere l’autonomia. Ma i Lep sono una marea. Potrebbe essere sufficiente stabilirne solo alcuni, e altri, come prevede lo stesso testo, essere definiti in futuro. A determinarli sarà una cabina di regia istituita con l’ultima legge di bilancio ed entro sei mesi, per Calderoli, potrebbero arrivare i primi Dpcm di Meloni con cui attivare i Lep. Questi hanno un costo alto per le casse dello Stato, ma il ministro prevede che possano essere finanziati con le annuali leggi di bilancio. Partiranno quindi nel 2024 e il loro effettivo funzionamento sarà legato alle risorse che di anno in anno si deciderà di investire.
    Non sembra previsto, invece, un “fondo perequativo”, anche questo chiesto dalle Regioni del Sud. Si tratta di un fondo con cui si dovrebbero garantire maggiori risorse per le Regioni che partono meno avvantaggiate. Nel ddl Calderoli, all’articolo dedicato alle «misure perequative», vengono previste, oltre ai Lep, «l’unificazione delle diverse fonti aggiuntive o straordinarie di finanziamento statale» e «l’effettuazione di interventi speciali». Formula vaga, quest’ultima, in cui potrebbe ricadere un fondo perequativo che Calderoli, per ora, ha solo promesso.
    Un altro nodo riguarda il coinvolgimento del Parlamento. Quando una Regione chiede l’autonomia, nell’iter disegnato dal testo, si apre un negoziato con palazzo Chigi, che coinvolge prima il Mef, poi la Conferenza unificata (Stato-Regioni e Stato-Città) e infine la commissione parlamentare per gli Affari regionali. A quel punto, ottenuti i pareri non vincolanti, il premier o il ministro offre uno schema d’intesa che la Regione deve approvare e solo allora il governo partorisce un disegno di legge, con allegata l’intesa, da far approvare o bocciare al Parlamento, ma – accusano le opposizioni – senza che si possa emendare il testo dell’accordo. —
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    Cristina Fortunati
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