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La Corte dei conti avverte: di sole tasse si muore

La Corte dei conti aveva già avvisato Tremonti: nonostante tutte le misure prese, la spesa pubblica continua a crescere e l’aggiustamento di bilancio è stato raggiunto a colpi d’imposte. Ora la situazione si è ulteriormente aggravata. E la recessione preme alle porte

Le cifre, messe una dietro l’altra, fanno una certa impressione. La Corte dei conti aveva già lanciato il suo monito quando la scrivania che fu di Quintino Sella al ministero dell’Economia era ancora occupata da Giulio Tremonti. Occhio, avevano spiegato i magistrati contabili, per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 il governo, con le sue misure prese durante la bollente estate degli spread, ridurrà il disavanzo dei conti pubblici di 75 miliardi. Ma questo taglio sarà fatto aumentando di ben 120 miliardi le entrate e «nonostante» un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica di oltre 45 miliardi di euro. Già Tremonti, tradendo il mantra berlusconiano del «non metteremo le mani nelle tasche dei cittadini., le dita nei portafogli degli italiani le aveva calate pesantemente. Del resto il primo aumento dell’Iva, con il ritocco dal 20 al 21% dell’aliquota base, l’aveva deciso proprio l’ex ministro non più tardi dello scorso mese di settembre. Persino la «patrimonialina» sui conti di deposito era uscita fuori dal cilindro dell’ex ministro dell’Economia. Quello che Tremonti non è invece riuscito a fare, è stato il contenimento della spesa pubblica. Come dimostrato dalla Corte dei conti, al 2013 il peso della spesa dello Stato rispetto al pil non solo non sarà diminuito, ma sarà addirittura aumentato. Arrivato a Palazzo Chigi, con Mario Monti la musica non è cambiata. Anche perché, probabilmente, l’orchestra che suona è sempre la stessa. All’Economia, ministero del quale il nuovo premier ha tenuto l’interim, il direttore generale Vittorio Grilli è

stato promosso a viceministro e il ragioniere generale Mario Canzio è stato confermato nel ruolo, come praticamente tutto lo staff che aveva lavorato con Tremonti. Così, alla fine, anche nella ricetta della manovra di Monti gli ingredienti sono sempre gli stessi: più tasse per tutti. L’unica novità, rispetto al passato, è che stavolta a essere colpito è più il patrimonio che il reddito. Una piccola consolazione per i lavoratori che, comunque, una casa tutti ce l’hanno e dunque non sfuggiranno alla mannaia dell’ex rettore della Bocconi. Che c’è andato giù pesante.

Ancora una volta a spiegarlo chiaramente è la Corte dei conti. «Prendendo a riferimento il 2013, l’anno del pareggio., ha sottolineato in un suo intervento in Commissione bilancio al Senato il presidente della magistratura contabile, Luigi Giampaolino, «la manovra lorda risulta pari a circa 30 miliardi, per poco meno del 70% riferibile a maggiori entrate e, per il resto, al contenimento della spesa.. Sul fronte dei tagli al bilancio dello Stato, insomma, si è fatto ancora una volta troppo poco. E questo è il vero problema, perché a correggere i conti pubblici solo e sempre attraverso l’aumento delle tasse si rischia di entrare in un loop micidiale per l’economia italiana. Secondo Giampaolino, infatti, «non può essere sottovalutato il rischio che le difficoltà crescenti di conseguire effetti rapidi e strutturali attraverso il contenimento della spesa pubblica primaria e, di conseguenza, il ricorso prevalente a manovre che impiegano lo strumento fiscale, concorrano a determinare una spirale negativa, nella quale dosi sempre maggiori di restrizione sono imposti proprio dagli impulsi recessivi che, in tal modo, vengono trasmessi all’economia e da questa al bilancio.. Roba da far tremare i polsi, perché se fosse corretta l’analisi di Giampaolino, il rischio di dover affrontare altre pesanti manovre durante il 2012 sarebbe tutt’altro che remoto, nonostante lo stesso Monti abbia smentito questa possibilità durante la sua lunga conferenza di fine anno del 29 dicembre scorso. Ma del resto, come lo stesso professore ha ricordato nella quella occasione, anche il suo predecessore, Silvio Berlusconi, nella medesima occasione un anno prima aveva fortemente smentito che nel 2011 sarebbe stata necessaria una manovra aggiuntiva. E infatti ce ne sono volute ben cinque per rimettere i conti dell’anno in carreggiata.

Servirà dunque una nuova manovra? E probabile. Monti ha costruito la sua utilizzando il quadro macroeconomico descritto dalla nota di aggiornamento del Det; il Documento di economia e finanza, uno degli ultimi atti approvati dal governo Berlusconi. Le prospettive indicate in quel testo prevedevano un pil in crescita per il 2011 dello 0,7% e un incremento di un altro 0,6% per il 2012. Dopo che per settimane l’Istat ha rinviato la pubblicazione delle sue stime sull’andamento del prodotto interno lordo, il brusco risveglio è arrivato a metà dicembre, quando il Centro studi della Confindustria, ha illustrato le sue previsioni. I12011, secondo gli uomini di Viale dell’Astronomia, si chiuderà con un modesto 0,5% di incremento del pil. I12012, invece, sarà un anno nero, di piena recessione, con l’economia italiana che arretrerà di 1,6 punti percentuali. Troppo pessimismo? Forse. Altri studi parlando di una recessione più soft, con un pil che non dovrebbe indietreggiare di un valore superiore all’1%. Ma comunque nessuno indica ancora un segno più per il 2012. Del resto che la manovra sia recessiva lo sa bene lo stesso governo. Dossier informali che circolano a Palazzo Chigi stimano in 8 miliardi la riduzione dei consumi legata alle misure adottate dal governo. C’è poi anche un problema di inflazione. A ricordarlo, ancora una volta, è la Corte dei conti. «Deve aggiungersi», scrivono i magistrati contabili, «qualche considerazione sugli effetti inflazionistici che la manovra, inevitabilmente, determinerà». Tra le maggiori entrate, del resto, la parte del leone la fanno l’aumento delle aliquote Iva e delle accise sui carburanti. Nonostante un contesto di stagnazione dei consumi, spiega ancora la Corte, l’aumento del prelievo attraverso le imposte dirette determinerà comunque un effetto di maggiore inflazione «che prudenzialmente», scrivono i magistrati, «può essere stimato in almeno un punto percentuale». Dunque il quadro macroeconomico del governo, che stima ancora un’inflazione attorno al 2%, potrebbe essere sottostimato. Monti, insomma, deve iniziare fin da subito a rifare i conti. II professore ne è ben consapevole. Così come sa bene che i primi concreti impegni li dovrà già prendere entro il Consiglio europeo previsto per il 30 gennaio (anticipato da un Eurogruppo il 23). Quanto fatto fino ad ora, ha spiegato Monti, è stato un «atto dovuto». Adesso inizia quello che ha definito un «atto voluto». Le parole d’ordine sono sempre le stesse: crescita, liberalizzazioni, equità. Senza però farsi troppe illusioni. Soldi da mettere nel calderone non ce ne sono. Ogni misura dovrà essere sostanzialmente a costo zero. In più Monti dovrà affrontare da subito un altro delicato dossier, rimasto fino ad oggi nel cassetto a causa dell’emergenze dei conti: la delega fiscale. Del testo ideato da Tremonti per ridurre a sole tre le aliquote fiscali (20%, 30% e 40%), in realtà, è rimasto ben poco. Tutte le fonti di finanziamento ipotizzate per la copertura delle misure, dall’armonizzazione delle rendite finanziarie, all’aumento dell’Iva e delle accise, fino alle imposte sul patrimonio, sono già state sacrificate sull’altare dello spread. Rimane solo l’ultima possibilità, ossia il taglio dei regimi di erosione della base imponibile. L’incarico di censirli fu affidato da Tremonti a Vieri Ceriani, che Monti ha promosso a sottosegretario all’Economia con delega sulle Finanze. L’alto dirigente della Banca d’Italia ha finito il suo lavoro sul filo di lana, pubblicando il dossier sull’erosione della base imponibile il 30 dicembre scorso, solo un giorno prima della deadline che gli era stata imposta per terminare il lavoro. Nel suo documento finale Ceriani ha messo in fila ben 720 misure (una cifra, dunque, decisamente superiore alle 242 indicate nel bilancio dello Stato) che riducono il gettito erariale di un valore compreso (a seconda del modello di stima che si utilizza) tra 227 e 253 miliardi. Nel lunghissimo elenco c’è praticamente di tutto. Dalle deduzioni e detrazioni sulle imposte sul reddito, a quelle sulle rendite finanziarie, all’intera tassazione sui redditi da fabbricati e terreni (compreso il regime della cedolare secca sugli affitti da poco introdotto). Il campo poi, rispetto alle prime versioni del documento, è stato allargato anche ai tributi destinati a Comuni, Regioni e Province. Perché se è vero che il bilancio dello Stato prende in considerazione solo le tasse che finiscono nelle casse centrali, è altrettanto vero che è sempre lo Stato a determinare caratteristiche e modalità dei tributi locali. Fatto l’elenco, tuttavia, il compito più arduo è quello di decidere quali agevolazioni o regimi di favore andare a tagliare. E che a finire nel mirino sarà di nuovo la casa c’è più di un indizio. Già con la manovra di dicembre Monti ha reintrodotto l’Ici sulla prima abitazione e aumentato la rivalutazione delle rendite catastali al 160%, portando la tassa sulla casa ben oltre 20 miliardi (quasi 11 in più della vecchia Iei). Il documento di Ceriani lascia intendere che non finisce qui.

Fin dalla prime pagine della relazione l’attuale sistema delle rendite catastali finisce nel mirino. Gli estimi non aggiornati e molto lontani dai valori effettivi, spiega il documento di Ceriani, determinano erosione delle basi imponibili sia per l’imposizione diretta Irpef, sia per quella patrimoniale Ici, sia per le imposte sui trasferimenti. Qualcosa dunque, su questo andrà fatta. In realtà che la sua intenzione fosse quella di voler nuovamente intervenire sul catasto, Monti lo aveva già chiarito attraverso un documento pubblicato sul sito internet del ministero dell’Economia alla vigilia di Natale. Illustrando le misure adottate con il decreto del sei dicembre, l’ex rettore della Bocconi, aveva colto l’occasione per evidenziare solo due delle misure che «in prospettiva» il suo governo aveva intenzione di mettere in campo. La prima riguarda l’abuso del diritto. La seconda «la legge delega per la revisione degli estimi», basata su cinque capisaldi. Innanzitutto costituire un sistema catastale che insieme alla rendita contempli anche il valore patrimoniale del bene, per assicurare una base imponibile adeguata per la tassazione; poi, ridassificare i beni immobiliari superando il sistema attuale diviso per categorie e classi, attraverso un nuovo meccanismo che leghi il valore del bene (o il suo reddito) alla città o al quartiere dove si trova e alle caratteristiche edilizie del fabbricato. E non è finito, Monti vuole pure che il vano venga sostituito, come unità di misura, dalla superficie espressa in metri quadri. E infine, il governo intende anche riqualificare i metodi per la stima diretta degli immobili speciali. Monti giura che l’effetto complessivo della riforma non inasprirà ulteriormente il carico fiscale, perché contestualmente alle nuove regole dovrebbero essere abbassate le aliquote Ici e Imu. Dunque si dovrebbe trattare solo di una redistribuzione più equa del carico sui contribuenti. Tuttavia tra il dire e il fare c’è sempre l’incognita dello spread che ha fatto finire nel dimenticatoio qualsiasi promessa o buona intenzione anche del precedente governo. Anche perché avendo una bella base imponibile a disposizione ci vuole poco a innalzare un’aliquota. L’anno delle tasse è iniziato. (riproduzione riservata)

Milano Finanza – 2 gennaio 2012

 

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