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La fattura elettronica parte con il fiatone. Nei ministeri su 6.400 uffici il 52% deve ancora «accoppiare» il codice univoco con quello fiscale

Le pubbliche amministrazioni arriveranno alla scadenza di venerdì prossimo, giorno di debutto della fattura elettronica, con il fiatone: la metà degli uffici interessati in questa prima fase non ha ancora completato il processo di accreditamento alla piattaforma. Solo il 52%, cioè, ha reso noti tutti i codici necessari per emettere il documento secondo gli standard obbligatori dal 6 giugno.

Il rischio di rallentamenti e intoppi nei pagamenti della Pa è concreto. In questa fase l’obbligo di fatturazione elettronica per i fornitori della Pa riguarda «solo» una prima pattuglia di amministrazioni: 13 ministeri, 3 agenzie fiscali, 22 enti di previdenza, ma anche 9mila scuole. Ai ministeri corrispondono poi una massa di diramazioni periferiche: in tutto oltre 16mila uffici. Per un totale di fatture – solo per questa prima fase – che va dai 7,5 ai dieci milioni l’anno. Questa è la stima dell’Osservatorio sulla fatturazione elettronica del Politecnico di Milano, contenuta nell’ultimo rapporto sulla fattura digitale che sarà presentato proprio il 6 giugno a Milano.

Le procedure da mettere a punto sono ancora tante. Come il fondamentale binomio codice univoco-codice fiscale, necessario perché il sistema di interscambio (Sdi) – la piattaforma che dovrà gestire il flusso delle fatture elettroniche – riconosca come validi i documenti contabili e li invii a destinazione. Al 28 maggio i ministeri erano ancora in forte ritardo: su 6.430 uffici in possesso di un codice univoco, solo a poco più della metà risultava associato il codice fiscale. In questi giorni avranno il loro bel daffare al ministero dello Sviluppo economico, dove sono stati accoppiati solo il 22% dei codici, all’Economia (25%) e agli Esteri ( 28%). Ma anche alla Giustizia e alla Difesa, dove pure le percentuali sono più alte (rispettivamente 53 e 40% di accoppiamenti), dovranno comunque correre, anche perché si trovano a gestire un numero rilevante di codici univoci: sono 2.234 per via Arenula e 1.541 per la Difesa. E questo perché i due ministeri hanno molti uffici sul territorio. Anche il ministero dell’Istruzione è molto “frammentato”, con quasi 9mila istituti scolastici in grado di ricevere fatture elettroniche. In questo caso, però, la soluzione individuata, almeno per il momento, è quella di inserire in Ipa i numeri univoci degli uffici centrali, i quali provvederanno poi a girare le fatture alle singole scuole.

Più complessa la gestione dei documenti elettronici. La normativa prevede che la fattura sia spedita, gestita e conservata elettronicamente. Alcune amministrazioni non sono ancora pronte, come dimostra una circolare del ministero dell’Istruzione del 17 aprile scorso, con la quale si ricordano alle scuole i nuovi adempimenti e si sottolinea che la protocollazione e la conservazione dovrà continuare a essere effettuata con le modalità tradizionali.

Da ultimo poi il decreto legge sull’Irpef (Dl 66/2014) ha modificato il formato della fattura elettronica, introducendo il Cig (codice identificativo di gara) e il Cup (codice unico di progetto), quest’ultimo necessario per determinati tipi di documenti (per esempio, in caso di opere pubbliche). I software di generazione delle fatture elettroniche devono, dunque, essere aggiornati, ma c’è chi preferisce aspettare la conversione in legge del decreto.

«Non sarà un ingresso indolore – prevede Paolo Catti, responsabile per il Politecnico della ricerca giunta all’ottava edizione – perché la partenza sarà immediata, senza una fase transitoria». Secondo il censimento del Politecnico le aziende più pronte, quelle che già utilizzano sistemi di interscambio digitale, sono in crescita: circa 9.700 nel 2013 (+ 8% rispetto al 2012). Certo una goccia se si considera che – si legge nel rapporto – «quasi 2 milioni, il 40% della totalità delle imprese attive nel nostro Paese, sono fornitori della Pa».

Fin qui le difficoltà. Ma i vantaggi sono chiari e tangibili: per la Pa subito una riduzione di costi (carta, personale, archivi) che il Politecnico quantifica in «200 milioni di euro»; «altri 800 milioni di euro – si legge ancora – derivano dall’incremento di produttività che il sistema riuscirà a fare proprio solo una volta arrivato a pieno regime». Per le imprese, invece, il recupero di personale da attività a basso valore aggiunto consentirà un risparmio stimato in 600 milioni l’anno. Come i ministeri si stanno preparando al debutto della fattura elettronica: lo stato dell’arte dei codici univoci e il loro accoppiamento con i codici fiscali.

Il Sole 24 Ore  – 2 giugno 2014 

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