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La manovra rinuncia a cambiare il Paese. Ricerca del consenso con Tasi e contante. Ma il cash in più è solo marketing politico. Dei veri elementi critici, come la spesa pubblica, non si parla

di Alessandro Penati. C’era una volta la legge finanziaria, l’annuale assalto alla diligenza delle prebende pubbliche. Adesso si chiama legge di stabilità: l’assalto continua, ma la legge è soprattutto il pretesto per una battaglia politica a colpi di slogan tra il Governo, in cerca di consenso, e chi punta a sottrarglielo. Ideologia, tanta; rilevanza economica per il Paese – crescita, inflazione, produttività, investimenti, ricerca e sviluppo, export, mercato dei capitali, stabilità del sistema bancario – pochissima.

Una vasta micro-redistribuzione del reddito, mascherata da grande scontro ideologico. Le questioni vitali su cui si è scatenato il dibattito? Contante; tassa sulla prima casa; e approvazione di Bruxelles.

Così, se per alcuni l’aumento di 2000 euro del tetto ai pagamenti in contanti abbasserebbe il tasso di legalità del paese; per il Governo è un valido sostegno alla ripresa dei consumi. Troppa demagogia. L’evasione si contrasta con la tracciabilità dei dati finanziari, l’incrocio delle tante banche dati che registrano ormai ogni aspetto della nostra vita, gli accordi internazionali contro i paradisi fiscali, un’organizzazione più efficiente e meno burocratica dell’amministrazione finanziaria, norme semplici e certezza del diritto, incentivi agli accordi preventivi e taglio dei tempi del contenzioso. Tutti strumenti di cui l’Italia si è dotata negli ultimi anni, in linea con quelli dei paesi più avanzati. Bisogna solo usarli meglio. Criminalità e corruzione, che sono i grandi utilizzatori del contante, non si fermano di certo di fronte a qualche limite sulle banconote. Ma è falso anche il contrario: un po’ di contante in più non stimolerà certo i consumi. È solo marketing politico del Governo verso quel blocco sociale che ha sempre votato Forza Italia e la Lega: padroncini degli autotrasporti; negozianti coi ricchi clienti stranieri; piccoli commercianti e ristoratori alle prese coi gravami di carte e conti bancari; proprietari di case e artigiani che vogliono schivare l’Iva sulle piccole riparazioni; anziani che vedono con terrore bancomat e conti online. Un blocco che però è da sempre inviso alla sinistra tradizionale.

Discorso identico per l’eliminazione dell’imposta sulla prima casa. È insensato giustificarla con un presunto effetto ricchezza. La motivazione politica (convincere che ridurre le tasse non è una prerogativa della destra) è ovvia. Per questo si agisce sull’imposta che tocca direttamente il maggior numero delle famiglie italiane e una delle poche che è pagata direttamente dai cittadini (le altre sono principalmente ritenute alla fonte). Come ideologiche e di facile presa sono le argomentazioni per contrastare l’abolizione della tassa: un regalo ai ricchi proprietari di ville e castelli, salvo sorvolare il problema di definire esattamente chi è “ricco” (meglio stare sugli slogan), o sul fatto che molte seconde case sono solo piccoli investimenti del risparmio di tanti italiani. La misura è criticabile, ma le motivazioni sono altre: una tassazione degli immobili equa ed efficiente richiederebbe la riforma del catasto, a prezzi di mercato, finita invece nel dimenticatoio e ignorata per convenienza da Governo e opposizioni. Anche lo spauracchio di Bruxelles è usato strumentalmente: l’opposizione lo invoca, sperando che le dia una mano a sostenere le proprie tesi; Renzi lo insulta per catturare simpatie nel vasto movimento anti europeo che si sta allargando a macchia d’olio, e non solo in Italia.

Dei veri elementi critici, non si parla. Non si taglia la spesa pubblica, che da decenni cresce inesorabilmente, nemmeno nella versione edulcorata di spending review o lotta agli sprechi. L’ennesimo commissario, professore, super manager, esperto sbatterà la porta disilluso, non capendo, beata ingenuità, che nel paese dei mille interessi costituiti la soluzione non è tecnica, ma politica: i tagli si fanno solo con il fiato della troika sul collo; o quando un governo potrà governare senza dover fare continui compromessi ( di qui il miraggio della riforma elettorale che lo permetta). E l’idea iniziale di mettere il canone in bol-letta per assicurare più risorse alla Rai, vero oggetto del desiderio dei partiti (idea per fortuna eliminata dall’ultima bozza) serviva per evitarle ristrutturazioni e tagli, e riducendo la concorrenza per la torta pubblicitaria, per la felicità di tutti i media, respiratore artificiale della politica. Tutta. Senza eccezioni.

Repubblica – 25 ottobre 2015

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