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La metamorfosi dei sindacati: addio politica, largo ai servizi. Il declino degli operai tra gli iscritti, più che raddoppiati i pensionati. Tra gli atipici un tasso di sindacalizzazione del 15%

Vent’anni fa moriva Luciano Lama, leader storico Cgil Tutto è cambiato nelle tre Confederazioni, che oggi sono molto più attente alle attività di assistenza. «Un vero grande sindacato come il nostro ha sempre assolto in tutta la sua storia una funzione nobile di educazione politica e classista, ma anche morale della masse. Abbiamo sempre cercato di parlare ai lavoratori come a degli uomini, di parlare al loro cervello e al loro cuore, alla loro coscienza. In questo modo il sindacato è diventato scuola di giustizia, ma anche di democrazia, di libertà e ha contribuito a elevare virtù civili dei lavoratori e del popolo». Luciano Lama si congedò così dalla sua Cgil.

Era il 2 marzo del 1986. Lama morirà dieci anni dopo, il 31 maggio del 1996, vent’anni fa, nello stesso giorno in cui il governo dell’Ulivo otteneva la fiducia dal Parlamento. Quel sindacato, “soggetto politico”, supplente delle carenze politiche, motore dell’emancipazione delle classi sociali più basse, non c’è quasi più in un mondo che è radicalmente cambiato. Ne resta solo qualche traccia insieme a una diffusa nostalgia. C’è, perlopiù, un “sindacato azienda”, adesso: circa due miliardi di fatturato l’anno, oltre 25 mila dipendenti, sommando l’attività delle tre più importanti confederazioni, Cgil, Cisl e Uil. Numeri che possono ritrovarsi nel bilancio di un grande gruppo industriale. È la metamorfosi sindacale, il declino della soggettività politica di Cgil, Cisl e Uil, l’affermarsi di un altro sindacato, che offre servizi, dall’assistenza fiscale a quella pensionistica. È il «declinare crescendo», come intuì già alla fine degli anni Settanta Bruno Manghi, sindacalista- intellettuale. Sono le due facce della medaglia sindacale, come sostiene Paolo Feltrin, politologo dell’Università di Trieste nel suo recentissimo “Al bivio. Lavoro, sindacato e rappresentanza nell’Italia d’oggi” (Donzelli) scritto insieme a Mimmo Carrieri, studiosi non certo ostili ai sindacati: «La medaglia sindacale ha due facce: la prima, quella del “soggetto politico e contrattuale”, è davvero in declino; la seconda faccia, quella delle attività di tutela e dei servizi svolti “a remunerazione”, appare, almeno fino ad oggi, in crescita. È un cambio di pelle che deriva dai successi sindacali in questo campo, non dagli insuccessi. Ne dovrebbero essere orgogliosi anziché cercare di nasconderlo». Stiamo, dunque, dentro un nuovo ciclo sindacale. Accelerato, prima, dalla globalizzazione dei mercati che ha imposto una nuova geografia del lavoro, e ora dalla rivoluzione digitale in grado di offrire fabbriche senza lavoratori. Processi che mettono dovunque sotto assedio i sindacati. Processi aggravati dalla lunga recessione che in Italia ha spazzato via un quarto della capacità produttiva, più di un milione di posti di lavoro, nove punti di Pil.

Quando nel 1970 Luciano Lama, già combattente partigiano e parlamentare del Partito comunista («il rivoluzionario riformista», come lo definirà Walter Tobagi), venne eletto segretario generale, la Cgil aveva 3,4 milioni di iscritti. Oggi hanno la tessera della Cgil oltre 5,5 milioni di persone. Molte di più, ma molto diverse. Prima c’erano soprattutto gli operai dei grandi agglomerati industriali (negli anni Ottanta erano circa il 30% degli iscritti, sono scesi al 19%), oggi ci sono — anomalia tutta italiana quella di tenere gli ex lavoratori dentro il sindacato — soprattutto i pensionati (erano il 20%, sono oltre il 46%), i dipendenti del pubblico impiego, quelli del commercio. Crescono gli immigrati (dallo 0,8 % degli anni Novanta a oltre il 7%). Non ci sono i giovani, intrappolati nella precarietà (il tasso di sindacalizzazione tra gli atipici è intorno al 15%, oltre 30 punti percentuali in meno rispetto alla generazione dei 45enni-60enni ipersindacalizzati) anche per colpa della strategia miope dei sindacati che inizialmente guardarono alla flessibilità come ad un incidente di percorso. Rileggendolo, forse Lama avrebbe agito in un altro modo: «Quando il sindacato mette al primo punto del suo programma la disoccupazione — disse nella famosa intervista a Eugenio Scalfari nel gennaio del 1978 — vuol dire che si è reso conto che il problema di avere un milione e seicentomila disoccupati è ormai angoscioso, tragico, e che ad esso vanno sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea». Era la strategia dei sacrifici, passò come “la svolta dell’Eur”. Era un sindacato unitario, quello di Lama, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto. Nessuno sciopero separato, nessun contratto separato. Neanche nell’84 con la drammatica rottura sul decreto di San Valentino del governo Craxi che tagliò i punti di scala mobile. Perché i sindacati erano un pezzo della politica, allora. Autonomi sì, ma pur sempre con tessera di partito in tasca, quella del Pci, del Psi, della Dc e anche del Pri. Non c’è più tutto questo. La seconda Repubblica del bipolarismo confuso ha tolto identità politica ai sindacati con la sola eccezione della stagione di Sergio Cofferati alla guida della Cgil. La fine della concertazione (molto prima del governo Renzi) ha reso ancora più evidente il declino politico del sindacato. Restano i servizi, allora. Un miliardo del fatturato totale arriva da lì. Non poco per ripartire con un’altra pelle. «Perché il sindacato viva, e non sopravviva », come ripete Guido Baglioni, professore emerito di sociologia della Bicocca.

Reberto Mania – Repubblica – 31 maggio 2016 

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