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La polemica. I soldi restano ai partiti beffa per terremotati

Mentre le tesorerie dei partiti con poche significative eccezioni non disdegnerebbero di incassare per intero la rata di luglio del finanziamento pubblico, la legge annunciata a suon di tromba, che quella rata dovrebbe dimezzare a beneficio delle popolazioni terremotate, segna il passo ed è ormai quasi impossibile che venga approvata in tempo utile, visto che luglio è arrivato.

Batte la fiacca il Parlamento e ora latita anche il Governo che pure della questione è stato investito da un ordine del giorno bipartisan approvato nella prima commissione del Senato lo scorso 20 giugno, quando, su sollecitazione del Pd, si è dovuto prendere atto che senza un decreto legge ogni impegno volerebbe via come promessa nel vento. Ma dall’esecutivo non è giunto sino ad oggi nessun provvedimento e la stessa attenzione generale sul tema sembra scemata. Prima si contavano giorni e minuti, ora tutto rischia di finire in cavalleria. C’è altro sul piatto, per carità, ma questo tema non è affatto secondario: dal punto di vista economico come sul versante della complessiva credibilità di sistema. È doveroso chiedere che il governo batta un colpo nelle prossime ore. È assai semplice; bastano pochi minuti. Tagliare la rata nella misura indicata nel testo già approvato dalla Camera e destinare le risorse risparmiate agli interventi per il dopo terremoto. Tutto qui. E con la piena copertura politica votata al Senato. Si potrebbe così evitare la beffa del nulla di fatto e avere qualche settimana per cercare di aggiustare almeno i punti critici che per il resto inquinano il complessivo testo approvato a Montecitorio. Si pensi alla cosiddetta quota di rimborso elettorale che pur ridotta, continua ad essere del tutto slegata dalle somme effettivamente spese dai partiti. Si rinnova quindi l’odiosa ipocrisia di chiamare rimborso ciò che è puro finanziamento a fondo perduto. In questo modo anche la regolarità contabile e le sanzioni rischiano di essere solo un apparente volto feroce. Non si capisce del resto perché i partiti debbano ricevere più di quanto spendono, ammettendosi nella nuova legge persino investimenti del tutto estranei all’attività politica, quali l’acquisto di titoli di Stato (con la implicita pretesa che dovremmo apprezzare che non siano più azioni in Tanzania!). Inoltre, attraverso meccanismi di detrazione di imposte per i contributi privati, il risparmio del taglio annunciato torna in buona parte a nostro carico quale minore entrata fiscale; con il rischio ulteriore di facile elusione, una volta che i contributi privati che si dichiarano, fungono anche da moltiplicato-re per ottenere una maggiore quota di finanziamento pubblico. Infine vi 61a singolare scelta di affidare ad una complessa commissione di controllo ciò che fisiologicamente apparterrebbe alla Corte dei conti. La sensazione è che si cerchino fragorose novità, per mettere in ombra quanto pure segnalato dal Collegio dei revisori presso la Camera. E cioè che già oggi, a legge vigente, si potrebbero operare controlli efficaci e chiedere la immediata restituzione in favore dello Stato delle somme pubbliche spregiudicatamente usate per arricchimento personale (casi Lega e Margherita); come pure si dovrebbe (ma ovviamente non avverrà) pretendere senza indugio la restituzione, delle abusive erogazioni disposte in favore di partiti che avevano ufficialmente chiuso i battenti. Ed ancora il ristoro delle somme che tra il 2008 e il2010 sono state erogate nel doppio del dovuto grazie ad un emendamento approvato in un batter di ciglia e di soppiatto (a impietosa riprova che il parlamento riesce a fare assai in fretta quando deve aumentare i fondi ai partiti). Sarebbe interessante conoscere su questi punti l’avviso “tecnico” del Governo che ha chiamato ad autorevole supporto anche Giuliano Amato. Le cronache riferiscono che l’ex premier avrebbe diligentemente consegnato il suo studio all’esecutivo, che però non ne dà segnale alcuno. Ad ogni modo sono mille le buone ragioni perché il Consiglio dei ministri, così attento a far di conto e ai principi di austerità, blocchi con decreto le rate di luglio come del resto ha chiesto il Senato. Per consentire la difesa di un accettabile finanziamento pubblico, evitare la beffa di odiose illusioni sulla pelle dei terremotati, mostrare che il nuovo corso non vale solo per imporre sacrifici ai soliti cittadini più deboli. E infine per fermare l’ennesimo ghiotto boccone che proprio la politica, talvolta accecata, rischia di offrire alle fauci affamate dell’antipolitica.

Repubblica – 28 giugno 2012

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