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La tecnica di sparare nel mucchio. Adesso ci si mette anche Cantone utilizzando dati taroccati sulla corruzione nella sanità. Sulla sanità, gli unici dati certi sono i costi standard

di Domenico Cacopardo. La sensazione è quella che si continui a sparare nel mucchio, tanto, fra tanta gente, di sicuro ci sono i corrotti, i concussori, i falsari e, comunque, i malandrini. Questo, a prima vista, si ricava dall’ennesima denuncia di Raffaele Cantone, questa volta a proposito della sanità pubblica.

Che il fenomeno fosse ignoto non si può dire, visto che i costi standard hanno da tempo messo in rilievo le ingiustificabili differenze di costo tra alcuni sistemi sanitari regionali che fanno supporre la presenza di pesanti e illegali gabelle burocratiche e politiche. Ma i dati presentati dall’Ispe (Istituto –privato- per l’etica nella sanità) insieme a Trasparency International e Censis non sembrano essere corroborati da fondamenti scientifici. Per esempio, consultando i documenti di Trasparency International si scopre che essi sono fondati –in sostanza-sugli articoli dei giornali, cioè su un meccanismo che si autoalimenta. Pensiamo proprio a questo rapporto Ispe e a quanto articoli di giornale ha provocato: ebbene di per se stesso esso ha causato un picco nella corruzione percepita. Basta consultare il sito di Trasparency International per avere conferma di un metodo empirico, che garantisce solo una approssimazione (buona o cattiva dipende poi da chi ha la possibilità di verificare punto per punto le rilevazioni) sul fenomeno. Del resto Transparency International si autodefinisce «The biggest ever survey tracking world-wide public opinion on corruption»: più o meno la più grande opera di monitoraggio della pubblica opinione su scala mondiale. Ergo, informazioni sulle sensazioni, non dati esatti provenienti da autorità indipendenti, da governi e autorità giudiziarie.

Di questo documento, sarebbe interessante verificare per tabulas quale sia stato il contributo del Censis, che, di norma, presenta studi impeccabili che superano ogni più o meno occhiuta perplessità, per merito di chi, Giuseppe De Rita, lo ha fondato e lo ha guidato con mano ferma, aliena da ogni deriva demagogica. E non credo che ci possano essere altri numeri che quelli che derivano dai costi standard e da alcuni dati delle autorità giudiziarie, visto che anche la Corte dei conti basa le sue annuali relazioni su proiezioni di elementi direttamente in suo possesso. Operando in questo modo, Raffaele Cantone getta un’inquietante ombra sul proprio operato e sul coacervo di sue dichiarazioni su tutti i campi dello scibile corruttivo e induce a ritenere, a torto, a torto, che l’opzione Sparare sul mucchio sia quella preferibile per i risultati comunicativi che consente di ottenere.

Un metodo, questo, che, purtroppo, è troppo diffuso, nel paese della simulazione. Già, un fenomeno nazionale, la simulazione che trova la sua espressione più evidente nel vezzo dei giocatori di pallone di buttarsi in terra appena si avvicinano a un avversario per fare intendere all’arbitro di avere subito un colpo, una lesione, un fallo di gravità immane. Se ci giriamo intorno e guardiamo la nostra società, possiamo osservare come la simulazione esonda dai campi di calcio e investe la vita civile. Non voglio fare esempi specifici anche perché sono le sensazioni a governare queste opinioni e non sempre le opinioni corrispondono alla realtà.

In qualche modo, il discorso di Cantone richiama vicende giudiziarie vecchie e attuali, come l’inchiesta della procura di Potenza. Ieri siamo stati inondati da un’altra valanga di intercettazioni di dubbia utilità processuale e di sicuro sputtanamento dei destinatari. Mi riferisco alle discussioni tra la ministra Guidi e il suo compagno Gemelli, che sembrano appartenere più alla normale dialettica tra i componenti di una coppia che all’area del codice penale, visto che si incentrano sull’accusa (di lei a lui) «Tu mi usi», che non è detto appartenga al rapporto di affari (?) tra i due, dato che può appartenere per uso comune anche alla sfera dei rapporti intimi. Quante volte abbiamo letto in letteratura o visto nel cinema, affermazioni di uno dei componenti di una coppia che, con riferimento alle abitudini sessuali dell’altro, sostenevano, appunto «Tu mi usi.»

Ancora più gravi sono le indiscrezioni, sempre fondate su intercettazioni, sul sottosegretario De Vincenti (estraneo al procedimento lucano), sul ministro delle infrastrutture Graziano Delrio (estraneo), del cui profilo politico sono sempre stato critico, ma del cui profilo morale sarebbe meglio essere rispettosi, e sul ministro Pier Carlo Padoan (estraneo), tecnico di notorietà internazionale, per incarichi prestigiosi (già direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale e poi vice segretario generale ed economista capo dell’Ocse), la cui onorabilità non deve, ripeto non deve essere messa in discussione a causa dell’origliare –autorizzato- di una squadra di carabinieri e poliziotti, anche per le gravi conseguenze che può avere sugli interessi del Paese, mentre è alle prese con negoziati vitali per il futuro.

In fondo, il trucco è semplice: le intercettazioni vengono rese pubbliche da ignoti che non saranno mai individuati. I giornalisti compiono il loro dovere mettendole in pagina. Le vittime che non sono oggetto di indagini o di avvisi di garanzia non hanno alcuna possibilità di difendersi: non possono querelare i giornalisti perché questi hanno esercitato il diritto di cronaca; non possono denunciare gli ignoti diffusori di atti non rilevanti di procedimenti che non li riguardano a cagione del fatto che nessun seguito –è garantito- avranno le loro denunce; non possono in alcun modo dimostrare la loro trasparenza o probità, in quanto non ci sono risposte alle chiacchiere da bar o da toilette tra estranei.

Del resto, è normale che nei retrobottega e non solo degli uffici complessi, anche giudiziari, si trincino giudizi poco benevoli su colleghi e superiori, talché, sono sicuro, se qualcuno decidesse di mettere sotto controllo i telefoni dei magistrati addetti a qualsiasi procura, se ne ascolterebbero di belle (compresi i pettegolezzi riguardanti le infedeltà coniugali).

C’è un briciolo di civiltà giuridica in questo modo di procedere? C’è da dubitarne, anche se il metodo è diffuso, quasi un codice comportamentale largamente adottato.

Ma l’adesione di Magistratura Democratica ai comitati per il No nel referendum istituzionale sembra –se ce ne fosse bisogno- una sorta di controprova dell’ostilità al processo riformista messo in moto da Matteo Renzi, il cui più importante risultato sarebbe l’abbandono del bicameralismo e la fine di un sistema politico fondato sui ricatti di gruppi e corporazioni.

Come finirà è impossibile prevederlo, visto il volume di fuoco disponibile per lo schieramento ostile al presidente del consiglio. È, però, inutile che i nemici delle riforme si illudano: Renzi o non Renzi nulla sarà più come prima.

ItaliaOggi – 8 aprile 2016

 

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