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La tripletta di manovre del 2011 vale 76-81 miliardi

Il 2011 si chiude con una «potenza di fuoco» con pochi precedenti, dal punto di vista della correzione dei conti. Bisogna risalire al 1992, quando la doppia manovra di Amato di luglio e settembre presentò agli italiani un conto da 130 miliardi delle vecchie lire.

Questa volta, l’effetto cumulato delle tre manovre varate a luglio, agosto e dicembre (le prime due dal governo Berlusconi, l’ultima dal governo Monti), raggiunge nel 2013, l’anno dell’atteso pareggio di bilancio, la ragguardevole cifra di 76 miliardi. Se ci si spinge all’anno finale del triennio (il 2014), la correzione complessiva raggiunge gli 81,2 miliardi.

Così come nella doppia correzione estiva, anche la manovra approvata ieri in via definitiva dal Senato fa conto, ai fini dei saldi complessivi, sul peso preponderante delle nuove entrate: circa due terzi, tanto che è possibile stimare che la pressione fiscale volerà attorno al record storico del 45% del Pil. Quanto all’effetto sul deficit (indebitamento netto nella versione ‘europea’), l’impatto complessivo delle tre manovre porta a una riduzione del 3% nel 2012, del 4,6% nel 2013 e del 4,8% nel 2014.

Stando a queste cifre e proiezioni, il pareggio di bilancio nel 2013 è formalmente assicurato, soprattutto grazie alla decisione del governo Monti di blindare i 20 miliardi della «clausola di salvaguardia» connessa alla delega fiscale e assistenziale attraverso l’annunciato aumento di due punti delle aliquote Iva del 10 e 21 per cento.

Basterà tale imponente sforzo di risanamento, oppure è alle viste un’altra manovra? La prima verifica andrà condotta nel corso del 2012 su due elementi essenziali: il grado effettivo di realizzazione della manovra, l’andamento del Pil. Certo se il peggioramento del ciclo economico dovesse essere effettivamente più marcato di quanto previsto dal governo (-0,4%), si potrebbe rendere necessaria una nuova correzione. Con quali effetti? Anch’essi ulteriormente recessivi.

Prudenza dunque, per non avvitare l’economia in una pericolosa spirale. Si potrà far conto su una maggiore ‘apertura’ da parte di Bruxelles per quel che riguarda la parziale sterilizzazione degli effetti dell’ulteriore peggioramento del ciclo sul deficit.

Se ci si limita alla manovra Monti, la parte del leone è affidata alle misure dirette alla correzione dei conti. L’effetto netto è di 20,1 miliardi nel 2012, 21,3 miliardi nel 2013 e 21,4 miliardi nel 2014. Sul fronte della spesa, i risparmi più consistenti sono attesi dalla riforma delle pensioni: 3,4 miliardi nel prossimo anno, 6,6 miliardi nel 2013 e 9,2 miliardi nel 2014. Da questo punto di vista, l’impatto maggiore non si esaurisce evidentemente con i risparmi messi in campo. Il messaggio diretto prima di tutto ai mercati è nel contenuto strutturale della riforma. Lo ha spiegato con una certa efficacia il ministro del Welfare, Elsa Fornero: «Il segnale è che abbiamo cominciato a somministrare l’antibiotico al malato e continueremo a farlo».

Ma di solo rigore si rischia di morire. Fase due, dunque. Spingere il pedale sulla crescita: ecco l’imperativo categorico dei prossimi mesi. Si può cominciare a far leva sugli effetti attesi dalle misure messe in campo per lo sviluppo (12 miliardi a regime), soprattutto attraverso la deducibilità integrale dell’Irap (componente lavoro) per le imprese che assumono, e il nuovo meccanismo di «favore fiscale» per incoraggiare una maggiore capitalizzazione delle imprese. Ma la vera partita la si giocherà sul fronte delle liberalizzazioni, dei tagli alla spesa e su quello della lotta all’evasione.

Per stabilizzare l’avanzo primario nei dintorni del 5% del Pil, in presenza di una spesa per interessi che volerà nel 2013 al 6,1%, la strada maestra è operare una riduzione strutturale della spesa corrente primaria, indicata nel quadro a legislazione vigente in aumento dal 47,4% del Pil nel 2011 al 48,1% del prossimo anno, mentre per quel che riguarda il totale delle spese finali si oscilla nei dintorni del 50,4% del Pil.

ilsole24ore.com – 23 dicembre 2011

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