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L’ad di Fiera Milano: «Una grande esposizione per il food». «In Italia manca un salone internazionale commisurato al valore dell’agroalimentare»

L’Italia non ha una fiera internazionale dell’agroalimentare proporzionale al valore e al “sentment” del made in Italy nel mondo. Valore e percezione cresciuti in modo esponenziale dopo il successo dei sei mesi di Expo. Servirebbe un cambio di passo, un salto di qualità nell’organizzazione fieristica e soprattutto sarebbe necessario fare sistema per giocare ad armi pari con le manifestazioni europee di settore.

Invece l’Italia sembra ancora ingabbiata dalle logiche dei campanili (si veda «Il Sole 24 Ore» del 19 maggio e l’articolo a fianco). «Tutto questo – dice l’amministratore delegato di Fiera Milano, Corrado Peraboni – non fa altro che avvantaggiare i concorrenti europei».

Qual è la situazione in Europa delle rassegne del food and beverage?

L’Anuga di Colonia e il Sial di Parigi hanno un tasso di internazionalizzazione che in Italia nessuna fiera oggi ha. Noi, nell’ultima edizione di Tuttofood, abbiamo raggiunto i 77mila metri quadrati espositivi, ma abbiamo un gap di 40mila metri rispetto al salone di Parigi. E dobbiamo confrontarci con i 150mila metri dell’Anuga.

È solo una questione di metri quadrari o anche di modelli espositivi e servizi offerti?

I migliori operatori espositivi italiani hanno poco da invidiare, in tema di servizi, agli stranieri. Parlo per Milano: anche grazie a Expo sono migliorate ad esempio le infrastrutture, i collegamenti, l’ospitalità, la ricezione. Oggi presentare l’Italia e Milano al mondo è più facile perchè la credibilità è cresciuta e di molto. La chiave di volta, la sfida se vogliamo usare questo termine, è avere la capacità di offrire piattaforme veramente internazionali. Qui sta la differenza e i numeri, allora, hanno un peso. È difficile che i buyer corrano ad una fiera se non c’è una massa critica che rappresenti realmente il settore.

Quindi o si cresce o corriamo il rischio di essere marginali?

Serve un modello di sintesi per raggiungere tale massa critica: c’è spazio per due manifestazioni leader in Europa. Dobbiamo riuscire in due o tre edizioni di Tuttofood ad avvicinare e poi superare il Sial di Parigi. Come abbiamo fatto nel design e nel mobile dove oggi siamo leader mondiali. Quanti brand di aziende fino a qualche anno fa artigiane sono cresciuti con il Salone del mobile di Milano? Tantissimi. Quanti di loro avevano, negli anni addietro, la possibilità di andare alla fiera del mobile in Germania? Pochissimi. Quello che voglio dire è che la fiera aiuta le piccole imprese, le start up a crescere e a internazionalizzarsi, a costi accessibili.

Come raggiungere l’obiettivo di superare il Sial di Parigi?

Serve uno sforzo nazionale. L’accordo che noi come Fiera Milano abbiamo fatto con Fiera di Verona è paradigmatico. Nell’ambito di Tuttofood, Verona porta la sua pluriennale esperienza di Vinitaly per organizzare il padiglione del vino. E su questa strada collaboriamo assieme per Fruit Veg Innovation. Ma abbiamo accordi anche con Federbio e Spazio Nutrizione. Siamo diventati aggregatori di specialisti.

E qui arriva la diatriba con Rimini che organizza Macfrut.

Il progetto fatto con Verona lo abbiamo proposto anche agli organizzatori di Macfrut. Ci siamo incontrati e la strada sembrava aperta. Poi, con nostro rammarico, hanno prevalso logiche territoriali e politiche. Inoltre dalla data tradizionale di ottobre, hanno spostato Macfrut nello stesso periodo della nostra Fruit Veg Innovation nella cornice di Tuttofood.

Il risultato?

Il risultato è che dall’8 all’11 maggio 2017 avremo a Milano Tuttofood, dall’10 al 12 maggio Macfrut a Rimini; in aprile il Vinitaly a Verona, mentre a cavallo di questi due eventi Parma si inserisce con CibusConnect. In due mesi quattro esposizioni. Così facciamo solo un favore alle fiere agroalimentari tedesche, francesi e spagnole.

Quale soluzione allora?

Il Governo ha dato un segnale di indirizzo in fatto di fiere. Ora tocca ai vari attori mettersi assieme e pensare in termini di sistema Paese. Solo così si può crescere e diventare davvero internazionali e attrattivi per espositori e buyer.

Roberto Iotti – Il Sole 24 Ore – 25 maggio 2016

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