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L’allarme sulla sanità. “Emergenza stipendi e assunzioni”. Da domani sciopero dei medici. Dal 2010 e il 2015 il Ssn ha perso 9mila camici bianchi

Fabio Di Todaro. La tensione è ai livelli di guardia. «La sanità italiana è al collasso», è l’allarme che giunge dai medici e dai veterinari italiani, che domani incroceranno le braccia per 24 ore. Motivo: l’assenza di una voce dedicata alla sanità dalla legge di Bilancio 2018. La serrata contro lo Stato chiama in causa anche i camici bianchi. Il messaggio è chiaro: servono nuove risorse, altrimenti la sanità pubblica è destinata al collasso. Ma se quando si parla di altre aziende a rischio c’è il lavoro, in questo caso è in gioco la nostra salute. Il rosario dei problemi è variegato: la carenza di nuovi specialisti, l’impossibilità di attuare un turnover adeguato, la fuga dei giovani all’estero e il mancato adeguamento contrattuale.

Un «buco» di 5 mila medici

Servono allora un po’ di numeri per fare chiarezza. Tra il 2009 e il 2015, il servizio Sanitario Nazionale ha perso quasi novemila medici dipendenti. E tra coloro che sono rimasti – di cui cinquantamila andranno in pensione entro il 2026 – si registra l’età media più alta d’Europa: 55 anni. La carenza di personale ha innescato lo sforamento delle 48 ore lavorative settimanali e, di conseguenza, l’impossibilità di rispettare i programmi dei riposi. «Servirebbero almeno cinquemila medici in più, a partire da domani», tuona l’Anaao Assomed, il più corposo sindacato del settore sanitario italiano. Il nodo dei medici nasce a cavallo tra il percorso di formazione e l’ingresso nel mondo del lavoro.

A mancare non sono i laureati, bensì gli specialisti: igienisti, pediatri, anestesisti, ginecologi, chirurghi. Ma se ogni anno le università sfornano quindicimila nuovi medici e i posti nelle scuole di specializzazione sono poco più di un terzo, si capisce perché la coperta sia sempre troppo corta. Così gli ospedali italiani si svuotano, considerando che quasi mille giovani camici bianchi ogni anno decidono di realizzarsi in altri Paesi europei, se non negli Stati Uniti.

Il nodo del contratto

Un’emorragia di professionalità e di danaro: il costo della formazione per singolo medico sfiora i 150 mila euro. «Come se regalassimo mille Ferrari all’anno agli altri Stati», rende il tutto più semplice Carlo Palermo, vicesegretario nazionale dell’Anaao. E a poco basta l’incremento di contratti flessibili – 8700 quelli stipulati nel 2015 – per far fronte all’emergenza. La levata di scudi è rivolta a tutte le istituzioni: il governo (che non dà seguito alle promesse), il Parlamento (debole quando si tratta di far approvare le leggi importanti) e le Regioni (che nel ping-pong di responsabilità spesso non decidono).

Alla base dello scontro c’è pure il mancato rinnovo del contratto, fermo com’era nel 2009. Ma i medici non ne fanno una questione di denaro. Nel tritacarne del federalismo sanitario, ci finiscono i pazienti: la maggior parte dei quali ha dovuto riprogrammare interventi procrastinabili da tempo fissati per domani. La legislatura è agli sgoccioli, ma la sanità italiana è a un bivio: serve un passo in avanti per non far saltare il banco negli ospedali.

La Stampa – 11 dicembre 2017

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