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L’annuncio choc: Detroit dichiara bancarotta, migliaia di dipendenti pubblici a rischio

Detroit è fallita, 18 miliardi di dollari in obbligazioni municipali non saranno più ripagate, migliaia di dipendenti pubblici rischiano il licenziamento, le pensioni municipali saranno quasi certamente ridotte e l’America, che si era appena ripresa dalla crisi del 2007/2009 e che ieri ha festeggiato la tenuta della crescita con nuovi massimi a Wall Street, si è raggelata

Non era mai era successo nella storia del Paese, neppure negli anni bui della Guerra Civile, che una città di queste dimensioni andasse in bancarotta e chiedesse protezione dai creditori e la possibilità di congelare il proprio debito e i pagamenti degli interessi, invocando l’articolo 9 della legge fallimentare americana.

L’annuncio, drammatico, nel pomeriggio di ieri, è venuto dal governatore dello stato, il repubblicano Rick Snyder: “Lasciate che sia chiaro – ha detto Snyder – Detroit è fallita. E’ stata una decisione difficile, dolorosa, ma non credo ci fossero altre soluzioni possibili”. E il commissario di questa città, passata sotto il controllo dello stato proprio per via di questa crisi finanziaria che appariva senza soluzione già un paio di anni fa, ha cercato di rassicurare:”Vorrei per prima cosa riconfermare ai cittadini di Detroit che i servizi della città saranno garantiti, i salari saranno pagati…era da tempo che temevano di doverci rassegnare a questa soluzione difficile” ha detto il commissario speciale Kevyn Orr.

E’ dal marzo scorso, da quando cioè la capitale dell’auto americana passò sotto il controllo delle autorità statali con la nomina di Orr, che si parla di una possibilità di bancarotta. Ma è da almeno due anni che la situazione si era fatta critica. Al punto che il mercato aveva di fatto scontato che il debito contratto dalla città, quelle obbligazioni municipali per 18 miliardi di dollari, molto probabilmente non sarebbe mai stato ripagato. Anche per questo le reazioni di mercato per ora sono contenute, il future del Dow Jones è al ribasso di appena una trentina di punti e anche nei mercati asiatici gli addetti ai lavori hanno tenuto i nervi saldi. La conclusione a Wall Street: il fallimento di Detroit era largamente annunciato dal punto di vista finanziario e non avrà un effetto palla di neve su altre municipalità americane o sulla stabilità finanziaria del Paese.

Non solo, sempre ieri Ben Bernanke il governatore della Fed chiudeva le sue audizioni in Congresso confermando di essere sempre pronto a intervenire in caso di necessità. Tutti ricorderanno che un paio di giorni fa il governatore aveva sorpreso i mercati annunciando che il “tapering”, una riduzione cioè degli acquisti mensili di bond sul mercato, non era stato deciso. Bernanke sembrava fare una chiarezza persino eccessiva, e retrospettivamente in molti si chiedono se il governatore non fosse già stato informato della decisione annunciata ieri a Detroit e volesse giocare d’anticipo per rassicurare i mercati.

Ma al di là dell’impatto finanziario molto contenuto su base nazionale e internazionale, resta l’impatto emotivo, storico, la testimonanza del fallimento di una grande città americana. Una città nata nel 1701 e che avrebbe fatto storia in molti modi. Intanto con i primi modelli T di Henry Ford, le auto che all’inizio del secolo scorso cominciavano a battere le strade americane portando la grande rivoluzione della motorizzazione di un paese immenso. Poi negli anni 50 la capitale dell’auto divenne anche la capitale della musica con l’etichetta Motown ( da Motor Town) fondata nel 1959 da Berry Gordy, un produttore discografico afroamericano che lanciò da Detroit alcuni dei più grandi artisti americani, dai Jackson 5 a Stevie Wonder, da Marvin Gaye a Diana Ross. Poi le tensioni e la svolta, un’altra svolta storica che capitò di nuovo in un caldissimo mese di luglio, il 23 luglio del 1967: disordini razziali scoppiati per la chiusura di un bar clandestino, il Blind Pig. Ci furono tafferugli fra polizia e clienti del bar e residenti del quartiere. Fu la scintilla che fece esplodere le dimostrazioni di massa. La polizia attaccò e migliaia di dimostranti soprattuto afroamericani risposero. Risultato dopo cinque giorni di guerriglia urbana: 43 morti, 33 afroamericani, 467 feriti, 7.231 arresti, il più piccolo aveva 4 anni il più vecchio 82! 2.509 negozi saccheggiati, 412 palazzi bruciati 388 famiglie senzatetto.

Qualcuno oggi dice che la radice della bancarotta è da ricercarsi anche in quelle altre giornate di luglio. La città non fu mai più la stessa. la popolazione bianca terrorizzata dai disordini, evacuò in massa per i sobborghi; le case automobilistiche cominciarono a spostare alcuni impianti, persino Motown, che proprio in questi giorni viene celebrata in un grande immancabile spettacolo a Broadway, emigrò a Los Angeles con la sua grande scuderia di artisti mondiali nei primissimi anni 70. La concorrenza giapponese e la crisi strutturale del settore auto negli anni successivi fecero il resto. Il centro della città restò fantasma. Tentativi di rilanciarlo ad esempio con la costruzione del Renaissance Center e con il Gran Premio di Detroit di Formula Uno, fallirono. La città non diversificava come avevano fatto altre città colpite da crisi industriali, come Cleveland, ex città del petrolio o Pittsburgh ex città dell’acciaio. L’auto con tutti i suoi problemi restava l’unica piattaforma su cui poggiare. Poi la crisi del 2007/2009 ha dato il colpo finale.

Eppure appena un paio di giorni fa il New York Times, raccontava in prima pagina una storia di grande speranza, la storia dell’impianto Jefferson della Chrysler, l’unico rimasto in centro a Detroit. Un centro peraltro smisurato: una volta ospitava quasi 2 milioni di persone, 3 milioni inclusi i sobborghi. Oggi sono rimaste solo 700.000 persone su un’area grande quanto Manhattan centro di San Francisco e Boston messe insieme. Ma in questo impianto le cose andavo bene, rispetto a quattro anni fa, quando c’era solo un turno per produrre i Gran Cherokee della Jeep e i Dodge Durango. Oggi ci sono 3 turni, i dipendenti sono passati da 1.500 a oltre 4000. Vien fatto di chiedersi, ma come mai proprio ora, quando l’auto a Detroit si riprende la città fallisce? “Purtroppo questa era una crisi attesa, annunciata – ha risposto a il Sole 24 Ore Gualberto Ranieri il portavoce di Chrysler – sono due facce di una stessa medaglia, da una parte il settore auto soffocato quattro anni fa da una crisi terribile che oggi si riprende, dopo molti sacrifici, e il caso Jefferson del New York Times, è un caso esemplare. Dall’altra la crisi di una municipalità che non è riuscita a ristrutturare e che in difficoltà invece ci è rimasta troppo a lungo”. Se l’auto si è rimessa in piedi questo è stato anche perché lo stesso Presidente Obama ha incoraggiato riduzioni di salari e delle pensioni a fronte degli aiuti dello stato.

Il Sole 24 Ore – 19 luglio 2013

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