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Lavorare meno giorni in cambio di assunzioni L’ultima tentazione 5S. Il reddito di cittadinanza usato per compensare i salari di chi riduce l’orario

E se il reddito di cittadinanza potesse diventare uno strumento per assumere disoccupati riducendo l’orario dei lavoratori che vogliono più tempo libero? L’idea l’ha lanciata il consigliere regionale dell’Emilia Romagna Piergiovanni Alleva, giurista della sinistra radicale ma soprattutto molto ascoltato dai Cinque Stelle e dal neopresidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che non a caso qualche giorno fa se n’è uscito con uno slogan che riecheggia il “lavorare meno, lavorare tutti” degli anni Settanta. Tridico giudica la proposta « interessante » , e Di Maio è molto tentato dal farla propria per dare al reddito di cittadinanza un carattere meno assistenzialistico di quello che ha oggi. Di che cosa si tratta?
Immaginiamo che i 780 euro, invece di essere destinati al povero disoccupato, vadano a ridurre le tasse dei dipendenti che vogliono lavorare un giorno in meno a settimana senza perdere il relativo stipendio. Ogni quattro dipendenti disposti a scendere da 5 a 4 giorni lavorativi, sarà possibile assumere un disoccupato. « Il tutto – spiega Alleva – senza aumentare il monte ore. Finora il reddito di cittadinanza prevede un incentivo per il datore di lavoro che assume, ma se quest’ultimo non ha un maggiore fabbisogno lavorativo, è difficile che aumenti il monte ore. La mia proposta, invece, è esclusivamente redistributiva: a fronte di chi vuole lavorare di meno per avere più tempo libero (penso soprattutto alle donne), c’è chi può cominciare a lavorare togliendosi dalla disoccupazione ( penso ai giovani) ».
Già, ma si potrebbe obiettare che raramente programmi di riduzione dell’orario che avrebbero dovuto aumentare i posti di lavoro, hanno centrato l’obiettivo. Le esperienze francesi nell’ 81 e nel 2001 hanno dato risultati prossimi allo zero. « Attenzione – risponde Alleva – La mia proposta non è una riduzione coercitiva dell’orario per legge. Ma fa leva su uno strumento del tutto volontario che già esiste ed è previsto dal Jobs Act, anche se è rimasto inapplicato: il contratto di solidarietà espansiva. Azienda e sindacato si mettono d’accordo per ridurre l’orario in modo da consentire l’assunzione di un certo numero di disoccupati. Il problema era finora che i lavoratori a orario ridotto avrebbero avuto una decurtazione di stipendio senza compensazioni. Adesso, il reddito di cittadinanza, opportunamente modificato, potrebbe offrire proprio questa compensazione » . Facciamo un esempio. Prendiamo un dipendente che guadagna 1.300 euro netti al mese. Se rinunciasse a lavorare un giorno a settimana, passando da 5 a 4 giorni, vedrebbe ridotto il proprio reddito di un quinto. Quindi guadagnerebbe 260 euro in meno: 1.040. A questo punto i 780 euro del reddito di cittadinanza, invece di essere utilizzati per sostenere un disoccupato finché non troverà lavoro ( misura al alto rischio di assistenzialismo), vengono divisi tra quattro dipendenti che desiderano lavorare una giornata in meno. Si ottengono così 195 euro che possono essere utilizzati come bonus Irpef per ciascuno di essi.
Mancherebbero da compensare 65 euro per azzerare la perdita di 260, ma qui potrebbero entrare in gioco altre misure incentivanti, a cominciare dal welfare aziendale.
Troppo facile? Alcuni obiettano che rimarrebbe l’ostacolo principale: i disoccupati che si vorrebbero assumere non hanno le competenze degli occupati che vanno in parte a sostituire. «Già – replica Alleva – ma il disoccupato potrebbe essere assunto come apprendista e inserito in un piano formativo».
Difficile fare stime sui posti creati. «Supponendo che 5 milioni di lavoratori, il 40% dei dipendenti a tempo pieno e indeterminato, siano interessati a rinunciare a una giornata a settimana, si potrebbe dare lavoro a più di un milione di disoccupati. Parlo di giornata intera, perché se la riduzione riguardasse un certo numero di ore al giorno – spiega Alleva – il datore di lavoro potrebbe evitare l’assunzione imponendo più straordinari » . Resta da verificare, di fronte a questa idea che si è già tradotta in una proposta di legge, se i lavoratori e soprattutto le lavoratrici desiderose di aderire siano davvero così tante.
Secondo l’Istat 1,8 milioni di donne hanno un ” part time involontario”, vorrebbero lavorare di più ma l’azienda non consente loro di accedere al tempo pieno.
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