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Le aree protette non bastano. Animali e piante a rischio. Oggi è la giornata mondiale della biodiversità. Legambiente: bisogna spendere di più e informare

Roberto Giovannini. Difendere la biodiversità – di cui oggi ricorre la giornata mondiale – non significa salvare un fiore, una pianta, una palude o un uccellino, ma salvare il futuro della specie umana. Ormai c’è larga consapevolezza che la tutela della natura, nella sua incredibile articolazione e complessità, è in primo luogo tutela della qualità del vivere umano. E se è vero – come è vero – che l’incontrollata espansione sul pianeta dell’homo sapiens sta creando le premesse di una nuova estinzione di massa, bisogna comprendere che sul piatto della bilancia c’è semplicemente la possibilità di sopravvivere, come specie, ai ritmi del cosiddetto progresso.

I nemici della biodiversità sono noti: l’inquinamento delle acque, del suolo, dell’aria; l’erosione costiera; l’introduzione di rifiuti nell’ambiente, a cominciare dalla plastica; la contaminazione chimica; i mutamenti climatici; il consumo di suolo e la cementificazione degli habitat. A difesa della natura in Europa e in Italia, dove la natura e l’uomo sono riusciti a «disegnare» un territorio di immensa bellezza, invece c’è una barriera costruita dalla legge. Come le direttive europee che da 25 anni proteggono l’habitat naturale e hanno interrotto la spirale distruttiva. I risultati, guardando alla situazione italiana, sono stati decisamente positivi; ma – lo anticipiamo – non mancano le ombre e le carenze.

In Italia ci sono 136 habitat tutelati e 619 specie animali e vegetali protette. Animali come il camoscio appenninico, il gipeto e il cervo sardo, ridotti a pochissimi esemplari intorno al 1990, sono tornati a rifiorire. Sono in forte ripresa anche piante endemiche come l’ofride lunulata, un’orchidea delle Eolie, e l’erba tipica delle gravine dell’arco ionico, in Puglia, la stipa austroitalica. Sono in uno stato di conservazione adeguato anche i faggeti degli appennini, le lagune costiere, le steppe di graminacee e piante annue.

Ma con l’attuale modello di sviluppo socio-economico e gli inadeguati sforzi di conservazione, la perdita di biodiversità e il declino delle specie animali e vegetali in Italia non si fermerà. L’Unione mondiale per la conservazione della natura (la Iucn, che compila le red list delle specie in pericolo) calcola per il Belpaese una perdita annuale di specie pari allo 0,5% del totale. Nonostante l’impegno nella conservazione, su oltre 2800 specie esaminate ben 596 sono a rischio di estinzione (il 20%). Per altre 376, soprattutto invertebrati o animali di ambiente marino, e per la stragrande maggioranza delle specie vegetali prioritarie, il rischio di estinzione è ignoto o non si dispongono di dati adeguati. E si rischia anche di tornare indietro su risultati già acquisiti: basti guardare cosa avviene nel caso del lupo. Con mille sforzi da 100 esemplari è tornato agli attuali 1400–2000 individui lungo tutto la catena appenninica e nell’arco alpino occidentale, ma ibridazione e bracconaggio (e la disinformazione) colpiscono duramente. Secondo l’Ispra, ogni anno 250–300 esemplari sono investiti, avvelenati, uccisi con armi da fuoco o strangolati da lacci.

È un problema culturale, ma anche di risorse: secondo i dati della Commissione Europea, in Italia la natura e i suoi servizi ecosistemici rendono dai 14 ai 28 miliardi di euro l’anno. Per tenere in piena efficienza questi habitat naturali dovremmo spendere 400-550 milioni l’anno, ma in realtà secondo i conti di Legambiente spendiamo molto di meno. Soltanto 214 milioni, tra risorse Ue del programma Life, fondi statali e fondi di Regioni e province autonome. «Come in un’impresa che funziona, gli investitori non dismettono di investire, per dare futuro alla conservazione di specie e habitat avviata dai progetti Life di successo», spiega Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente. Muroni ricorda la vicenda del lupo scuoiato e appeso a un cartello stradale in provincia di Grosseto. «Un caso non isolato purtroppo – dice – che racconta uno dei tanti paradossi italiani. Un caso di successo della conservazione della biodiversità in Italia diventa caso di conflitto. Prima di lui era toccato all’orso finire nel mirino di essere umani senza scrupoli, rischiando di diventare “nemico” del turismo nostrano. Ma per difendere la biodiversità ci vuole innanzitutto capacità di gestire il territorio conciliando le esigenze delle attività produttive con la presenza della fauna selvatica, accompagnando il processo con una potente azione di informazione e formazione».

La Stampa – 22 maggio 2017

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