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Le Aziende zero tra natura ibrida e «mission impossible». Se il risultato è quello di raddoppiare i percorsi e allungare i procedimenti, invece di facilitare entrambi…

di Enrico Caterini *, Ettore Jorio *

Azienda Zero imperversa, anche con denominazioni più raffinate così come in Liguria, con l’acronimo di Alisa, con un esordio avvenuto nel 2016 e una apatia normativa che ha anticipato il suo ritorno di moda dal 2021 in poi.

Cinque su cinque con una autonomia impropria
Le relative regolazioni regionali, che allo stato appaiono essere cinque, sembrano essere tuttavia fatte con lo stampino, originariamente prodotto nelle officine venete, più simili ad una moda indotta che a una necessità. Tutte con lo stesso errore (non lieve) di non vedere loro attribuita l’autonomia imprenditoriale, introdotta dal legislatore nazionale nel 1999 in sostituzione delle sei tipologie risalenti ad oltre 30 anni fa.
Quasi una Agenzia, senza il coraggio di chiamarla tale
La scelta di ricorrervi e le funzioni assegnate loro, quasi tutte uguali, avrebbero trovato una più corretta allocazione in una agenzia piuttosto che in un’azienda non azienda, perché apparentemente non affatto determinante sulla conduzione manageriale delle aziende sanitarie tradizionali operanti nei corrispondenti territori regionali, tanto da renderle più efficienti, più efficaci e meglio gestite di quanto siano oggi. Appaiono, infatti, agenzie di servizi, invero non propriamente pensate bene, cui vengono affidati peraltro compiti concretamente impossibili, almeno per alcune Regioni, quelle più “difficili”.
Un visto inappropriato
Primo fra tutti quello di redigere il bilancio consolidato preventivo e consuntivo dei rispettivi servizi sanitari regionali, cui dovere essere apposto un visto di congruità da parte del massimo esponente della burocrazia regionale posta alla guida del Dipartimento alla tutela della salute. Il tutto per essere successivamente proposto per l’approvazione alla Giunta regionale ovvero, ove esista, al commissario ad acta ex art. 120, comma 2, della Costituzione.
Al riguardo, la canonica fattispecie avrebbe meritato la previsione di un’attestazione di congruità, a firma del massimo dirigente regionale, al raggiungimento del risultato, della previsione e del conseguito, piuttosto che un visto. Ciò in quanto esso è dichiarativo della intervenuta verificata regolarità contabile, piuttosto che afferente a un giudizio di merito “salutare” su un bilancio, cui sembra ispirata la ratio del legislatore introduttivo di Azienda Zero. A un tale convincimento sarebbe stato facile pervenire leggendo le “Linee guida per il rilascio del visto di conformità e del visto di congruità sull’informativa finanziaria aziendale da parte dei commercialisti”, adottate nell’aprile 2021 dal Consiglio e dalla Fondazione nazionale dei commercialisti. Di conseguenza, apportare le modifiche sulle leggi regionali esistenti (solo Veneto, attesa la mancata previsione in tal senso da parte della Liguria). Nel corpo delle anzidette linee guida è, invero, svelato l’arcano del previsto visto di congruità utile a garantire – da parte di un professionista terzo, neutrale e indipendente – una informativa aziendale. Una dichiarazione affidabile, significativa, complessa e tempestiva costituente un’imprescindibile premessa all’assunzione di decisioni, da assumere (se bilancio di previsione) ovvero assunte (se consuntivo) che coinvolgano interessi economici e valutazione di rischi. A ben vedere, una cosa assolutamente diversa e impossibile da perfezionare a cura del massimo esponente burocratico della tutela della salute regionale.
Quindi una prescrizione utile solo a generare conflittualità nell’esercizio delle competenze e nell’assunzione di responsabilità amministrativa, dirigenziale e contabile, cui potere rispondere alla Corte dei conti in caso di colpa grave.
Un coordinamento che non si comprende
Un altro punto critico rinvenibile in alcune leggi istitutive regionali – che fanno sì che le dette aziende zero siano sempre di più riconducibili ad agenzie piuttosto che ad aziende sanitarie vere e proprie – è la sottoposizione delle medesime al coordinamento da parte del primate, rispettivamente, delle aree regionali sociosanitarie, ove istituite, e del dipartimento regionale. Una sottoposizione che poco si comprende dal momento che apparirebbe una attività condizionante all’esercizio delle competenze e dell’autonomia attribuita dai rispettivi legislatori alle istituite aziende zero.
Passando da una criticità a un’altra, anche l’esercizio assegnatole di organo tecnicamente accreditante renderà difficile la corretta e celere esecuzione del ruolo e complicato il raggiungimento di un risultato apprezzabile, sia in relazione al pregresso da rinnovare che all’applicazione delle nuove regole insediate nel Ddl concorrenza oramai al rush finale alla Camera dei Deputati.
Il contrario della semplificazione
A ben vedere, si fa ricorso alle aziende zero per lo più per generare immobilismo ovvero per raddoppiare i percorsi e allungare i procedimenti, invece di facilitare entrambi. Ciò in quanto, nelle Regioni ad azienda zero, per fare la stessa cosa che ieri si faceva (male) occupando un solo livello della governance da oggi in poi si renderà necessario affrontare lo stesso tema in più livelli e gradi, senza con questo guadagnare maggiori garanzie di erogazione corretta dei Lea e bilanci degni di questo nome.
Per non parlare delle due regioni commissariate (Calabria e Molise) e per quelle ancora in piano di rientro ove, se invase tutte da una siffatta metodologia gestoria, i problemi si moltiplicheranno e con essi le invasioni di campo, le conflittualità professionali e le conseguenti responsabilità personali.
Una gran voglia di rifarsi
La Regione Calabria, l’unica commissariata ad acta ad avere istituito Azienda zero sulla scia della legge veneta, si sta adoperando per adeguarla – prima di ogni altra – ai principi fondamentali dettati dal legislatore statale, così come a novellare la regolazione regionale della assistenza sociosanitaria, invero anch’essa bisognosa di una consistente revisione.

* Laboratorio permanente per gli studi e la ricerca nel settore del diritto e dell’economia sanitaria dell’Università della Calabria

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