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Le pene corporali inflitte datore lavoro non hanno dignità giuridica

Alla notizia che ai dipendenti del negozio milanese di Abercrobie & Fitch, in caso di errori sul posto di lavoro, viene richiesto di completare esercizi ginnici, 10 flessioni per gli uomini e 10 piegamenti per le donne, gli avvocati d’affari specializzati in diritto del lavoro alzano le sopracciglia.

«Parlare di un’ obbligazione che si traduce in una sanzione corporale è fuori luogo, tempo e lontano da una qualsivoglia società civile», commenta Francesco Rotondi, avvocato giuslavorista fondatore dello studio legale LabLaw

Il caso è venuto alla luce in seguito a una lamentela della Cgil, venuta in possesso di una lettera in cui si dice che il manager del negozio ha richiesto ai dipendenti di completare una “punizione” corporale a fin di bene. Quando si soffre, è più facile ricordare i propri errori in futuro. Una tipologia di punizione per cui Rotondi non ricorda casi simili, né in Italia né all’estero.

Il discorso cambia tuttavia se la coercizione è di natura indiretta «e che il datore di lavoro potrebbe esercitare in un contesto economico e sociale come quello attuale», continua Rotondi. Il professionista ritiene che questo caso, che ha attirato l’interesse della stampa internazionale, rientri in una fattispecie «giocosa, riferita ad un ambiente giovane, dinamico». Il fattore rivelatore in questo caso è la tipologia del negozio, che propone una linea di abbigliamento per giovani e dove lavorano commessi modelli che intrattengono i giovani clienti posando per fotografie insieme e ballando al ritmo di musica. «Credo che in nessun caso si possa parlare di una coercizione, ma semmai delle condizioni che determinano un diverso percorso tra le parti anche per quel che attiene alle sanzioni», spiega l’avvocato. Anche perché in questo caso non ci sono norme applicabili, come aggiunge Rotondi: «lo Statuto dei Lavoratori tutto fa tranne che legittimare le pene corporali», spiega.

Più in generale, quello che ormai è diventato il “caso Abercrombie”, resta un fenomeno esterno all’evoluzione del rapporto tra lavoratori e datori di lavoro, in quanto non ha dignità giuridica. Anche se gli oltre mille dipendenti del negozio da un punto di vista giuridico avrebbero gli estremi per rifiutarsi di fare le flessioni, «poiché non ci sarebbe nessuno strumento normativo idoneo a renderle obbligatorie», spiega Rotondi. Che tuttavia ricorda che il tema in oggetto è molto più ampio, soprattutto in un periodo di crisi del mercato lavorativo, in cui le occasioni di lavoro temporaneo per i giovani sono limitate.

ilsole24ore.com – 14 marzo 2012

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