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Le pressioni dei “mandarini” sul taglio alle buste paga. Già venerdì il decreto che colpisce gli alti dirigenti pubblici

Marco Castelnuovo. Finito il comizio di Torino, finito di firmare autografi e bandiere, finito anche di mettersi in posa per le moltissime foto con militanti e candidati, il presidente del Consiglio Matteo Renzi sale in macchina con il ministro Boschi e un faldone di documenti.

Una riunione volante in collegamento diretto con la macchina che segue su cui viaggia il sottosegretario alla presidenza Luca Lotti, sulla strada per Lucca per mettere a punto una settimana – laica – di passione. Lunedì le nomine, venerdì 18 il decreto che taglia gli alti stipendi dello Stato. Manager pubblici, capi di gabinetto, direttori generali, alte magistrature, moltissimi dirigenti vedranno ridursi lo stipendio. Tutti quelli che guadagnano più di 240 mila euro, il tetto massimo fissato da Renzi che poi è l’indennità del presidente della Repubblica. Settantamila euro in meno dell’attuale massimo, quello del Primo Presidente di Cassazione (anche lui quindi coinvolto nei tagli).

A cascata poi verranno rivisti tutti gli stipendi dei capi dipartimento, dei dirigenti di prima e seconda fascia. Una sforbiciata che potrebbe valere fino a 500 milioni di euro.

Questa è la partita. Questo quello che preoccupa di più il premier visto che non nasconde ai suoi le fortissime resistenze che sta riscontrando nella macchina della Pubblica amministrazione. Telefonate, incontri, messaggi. Più della riforma del Senato, della legge elettorale o delle misure economiche, il premier rischia che a dargli i maggiori problemi sia proprio il decreto legge di venerdì, quando in ballo non ci sarà l’organizzazione dello Stato ma, più prosaicamente, la busta paga dei«mandarini».

Lui si definisce stanco («cotto» dice), ma è evidente sia anche preoccupato. Probabilmente se lo aspettava ma essere arrivato al momento decisivo non lo lascia tranquillo. Teme chiaramente anche se non lo dice uno sgambetto più avanti, quando le luci sul decreto verranno spente e la macchina dei funzionari dello Stato potrà rimettersi in moto.

Eppure intende tirare dritto.

Lo urla chiaramente dal palco: «Iniziamo a dare il buon esempio, chi lavora nella pubblica amministrazione non può avere l’alibi del fatto che la politica è spendacciona. Solo cominciando noi a tagliare i costi abbiamo la credibilità per andare dagli altri a chiedere di fare lo stesso». Lo ripete in privato: «Abbiamo davanti 50 – 60 giorni decisivi per fare ripartire l’Italia. Le pressioni non possono fermarci».

Aggiornando l’agenda entro il voto del 25 maggio dovrebbe arrivare la lotta alla burocrazia, riforma del fisco, primo via alle riforme.

Ma entro aprile scade anche la presentazione alla Commissione dell’Accordo di partenariato: cioè 110 miliardi di Fondi europei per i prossimi sette anni legati a progetti specifici di coesione territoriale. Quello presentato dal governo Letta nello scorso mese di gennaio, è stato di fatto bocciato dalla Commissione perché giudicato troppo lacunoso in molte parti. È a quei miliardi che Renzi si riferisce quando chiede di smetterla di pensare con la «logica dell’Italietta», dove si distribuiscono pochi soldi a tanti assessori o dirigenti locali: «Mettiamo i soldi a disposizione dell’Italia, non dell’Italietta». Così pensa di far ripartire l’Italia: buste paga di alcuni dirigenti pubblici permettendo.

La Stampa – 13 aprile 2014 

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