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Legge di stabilità. Arrivano 3700 emendamenti. Più di un quarto firmati Pd. Dalla minoranza una pioggia di modifiche che prescindono dai saldi

Alessandro Barbera. Chi legge le cronache politiche si chiederà: cosa spinge un giovane presidente del Consiglio all’apice del consenso al desiderio proibito delle urne anticipate? Per comprenderlo basta scorrere la lista degli emendamenti alla legge di Stabilità depositati ieri sera alla Camera. I funzionari ne hanno contati circa 3.700, non un record assoluto.

Meno usuale che il partito più attivo sia quello al governo: ne ha presentati oltre un quarto, per l’esattezza 1.034. Gran parte di quegli emendamenti arriva dalla minoranza: da Civati a Cuperlo, dai giovani turchi fino all’ex viceministro Stefano Fassina. «Questi sono i prezzi che paga chi teorizza il partito liquido», scherza compiaciuto un dissidente che prega di non essere citato.

Il blocco che si oppone a Renzi è ormai strategicamente impegnato a complicargli la vita. Prima ha raccolto le firme per chiedere al premier di sospendere l’approvazione del Jobs Act in attesa del voto sulla manovra, ora inonda la commissione Bilancio di richieste di modifica alla legge di Stabilità. Non piccole cose, proposte compatibili con saldi già ristretti dalla lettera di Katainen all’Italia e dai maggiori risparmi promessi (4,5 miliardi), bensì modifiche sostanziali. Il più attivo in queste ore è Fassina: fra gli altri, propone di cambiare la tassazione per chi chiede il Tfr anticipato (ora è ordinaria, propone sia agevolata) e di allargare la misura ai dipendenti pubblici esclusi per evidenti ragioni di cassa. Quei fondi dovrebbero arrivare dal bilancio pubblico e valgono qualche miliardo di euro. Proposte di per sé ragionevoli, perché così concepito l’anticipo del Tfr lo chiederanno in pochi, ma alla quale il Tesoro non potrà dire che no. Un gruppo di giovani turchi raccolti sotto le insegne di «Rifare l’Italia» propone questo ed altro: un ulteriore allargamento del Patto di stabilità dei Comuni «con l’obiettivo di salvaguardare i servizi pubblici», la maggiorazione dei bonus assunzione al Sud, in particolare alle donne, emendamenti soppressivi del taglio ai patronati. Difficile – anzi, quasi impossibile – trovare proposte che non aumentino la spesa. Pippo Civati, rimasto colpito dalla conversazione con un collega parlamentare (finora anonimo) che gli ha confessato di ricevere il bonus Irpef attraverso la moglie, propone di legarlo alla presentazione del modulo Isee, quello usato per le graduatorie in asilo. Ma anche in questo caso la modifica dovrebbe servire ad allargare il bonus ad altri finora esclusi.

Ora molto dipenderà dal presidente della Commissione Francesco Boccia, non esattamente un fedelissimo di Renzi: sarà lui ad avere l’ultima parola sulla ammissibilità o meno dei quasi quattromila emendamenti. A precisa domanda promette distacco: «Nella legge di Stabilità non si può infilare qualunque cosa: diremo no a norme microsettoriali o estranee al bilancio. Per quanto mi riguarda, da presidente della Commissione me ne sono guardato dal sottoscrivere qualunque emendamento». Mercoledì inizia il dibattito in Commissione, da quel momento per il governo ci sarà da fare. A guardia della diligenza ci saranno Pierpaolo Baretta ed Enrico Morando. Il vice di Padoan si mostra tatticamente dialogante: «Se le proposte non modificano architravi della manovra se ne potrà parlare, se ci si chiederà di finanziare nuovi sgravi sulle assunzioni con le coperture per il taglio dell’Irap diremo no grazie». Potete scommetterci: in Aula il governo sarà costretto a chiedere l’ennesima fiducia.

La Stampa – 8 novembre 2014 

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