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Letta: meno tasse sul lavoro con la legge di Stabilità. Se il governo cade scriveranno la manovra a Bruxelles

«Il massimo sforzo da quando sono premier? Mordermi la lingua molte volte al giorno…».

Enrico Letta ha preso a usare un linguaggio che a lui piace definire «brutale», un linguaggio più colorito del solito, non privo di «spigoli e asprezze» e rafforzato da qualche frase a effetto. Inaugurando ieri a Bari la 77esima fiera del Levante, il presidente del Consiglio ha voluto placare la preoccupazione dei vertici dell’Ue: «La legge di Stabilità la scriviamo noi, non Bruxelles. Ora abbiamo maggiore flessibilità grazie alla trattativa che abbiamo condotto sul cofinanziamento dei fondi europei». Un avvertimento che qualche ora dopo, dalla festa dell’Udc, il premier ha ribaltato per mettere in guardia i partiti: «Se il governo cade, la legge di Stabilità la scrivono a Bruxelles».

L’offensiva di Letta in difesa delle larghe intese si arricchisce di nuovi argomenti. Se cade il governo, fa scongiuri il presidente del Consiglio, «i decreti sull’Imu non verranno convertiti e quindi si dovrà pagare», il decreto scuola sarà in pericolo e soprattutto sarà a rischio la manovra finanziaria. «Penso che nessuno si prenderà la responsabilità di mandare gambe all’aria il governo, perché è una responsabilità troppo grossa e poi va spiegata agli italiani – insiste il premier – Entro il 15 ottobre salterebbe anche la legge di Stabilità, mentre oggi abbiamo la possibilità di andare verso un taglio del costo del lavoro con un intervento sul cuneo fiscale, così da fare ripartire i consumi».

La situazione politica non sembra preoccuparlo quanto i conti pubblici, che sono «sul filo e bisogna che reggano». Se in passato si sono fatti «dei giochi sui debiti» ora non si può più scappare, il tetto del 3% «sarà rispettato e basta». A chi, come Matteo Renzi, ironizza sul governo degli annunci, Letta risponde elencando i fatti e assicurando che «in questi cinque mesi le cose sono cambiate, eccome». Il percorso di riforma costituzionale è iniziato e «non sarà un cantiere eterno». E la service tax? Per lui la discussione è chiusa.

A Palazzo Chigi è approdato, giura, senza aver cercato il ruolo. Ma se lo ha accettato (con orgoglio) non è certo «per operare la manutenzione ordinaria». Ambisce a cambiare «radicalmente» il Paese e proverà a farlo «con determinazione crescente», partendo dal Sud. Riecheggiando Napolitano si scaglia contro un certo meridionalismo «da struzzi» e denuncia un problema di classe dirigente, politica e non: «Nessuno è esente da responsabilità, io per primo». Cita Ligabue e Gaber, ammette la fatica di governare, annuncia per domani una riunione sull’Ilva e invoca sobrietà, senza curarsi dei brusii in platea: «Più della metà delle auto blu è nel Mezzogiorno». Parla al Sud perché l’Italia intera intenda, perché comprenda che «l’unica strada per uscire dall’impasse è togliere la testa da sotto la sabbia», è liberarsi dalla «sindrome dello struzzo» che ci fa dare sempre la colpa agli altri. Se resta unita, è il messaggio, l’Italia può farcela. «Senza annunci choc, miracoli o uomini della provvidenza». La sua ricetta è la normalità. Una parola che nel vocabolario lettiano vuol dire occupazione, turismo, cultura, futuro.

Nel pomeriggio arriva a Chianciano Terme, rinsalda a porte chiuse l’asse con Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa e poi, dal palco, ammonisce le forze che lo sostengono: «I costi dei giochi politici minano la ripresa. La fibrillazione ha fatto fermare la discesa dei tassi di interesse. Se non c’è la stabilità, noi non ce la caviamo». E ancora, rivolto a Renzi che lo accusa di immobilismo: «Non me ne frega niente delle prese in giro». Mercoledì la Giunta del Senato voterà su Berlusconi e Letta si dice convinto che prevarrà il buon senso: «Non ci saranno problemi per il governo, ma certo… Non tutto è nelle mie mani». Sul tema del voto segreto non vuole entrare: «Non è la mia materia». Dice di non temere franchi tiratori nel Pd e quando Andrea Vianello lo incalza sullo sfidante, Letta prova a cavarsela così: «Non esiste un problema che si chiama Matteo Renzi».

Monica Guerzoni – Corriere della Sera – 15 settembre 2013 

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