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L’Istat sotto accusa per i numeri ma è la politica che decide quale sarà l’aspettativa di vita. Gli aggiornamenti previsti ogni tre anni

L’Istat registra un incremento della speranza di vita di cinque mesi. E il governo va in affanno. Perché ora, entro dicembre, dovrà varare il decreto “direttoriale” – firmato dai direttori centrali dell’Economia e del Lavoro – con cui adegua l’età d’uscita per la pensione di vecchiaia a 67 anni dal 2019. Non può non farlo, se vuole evitare di finire nel mirino della Corte dei Conti per danno erariale. Nel tritacarne della polemica politica finisce però anche l’Istat. Com’è possibile che l’Istituto centrale di statistica abbia allungato l’aspettativa di vita – quanto tempo resta da vivere in media, arrivati a 65 anni – e non di poco, quando nel 2015 lo stesso valore decresceva?
La speranza di vita si aggiorna ogni tre anni, come prevede la legge (ogni due dal 2019). E in questo caso il periodo di riferimento – finito nel mirino delle critiche a partire dalla coppia di ex ministri Damiano- Sacconi – va dal 2013 al 2016, comprendendo anche l’anno incriminato. Quel terribile 2015 in cui il tasso di mortalità segnò un balzo di quasi un punto percentuale (dal 9,8 al 10,7%), circa 50 mila decessi in più sull’anno prima, compensato dal buon andamento 2016. Come mai dunque il calcolo finale dell’Istat non ne ha risentito, fino al punto di far schizzare a 67 anni l’età di pensionamento? Secondo i detrattori più estremi la colpa è nel metodo: si sottrae al valore del 2016 quello del 2013, saltando il 2015, anziché fare una media matematica dei tre anni che inglobi anche il picco negativo del 2015. Un’accusa però infondata. E per un banale motivo aritmetico, visto che si sottraggono due variazioni e quindi il risultato è identico nei due casi, che si faccia o meno la media.
Il punto è un altro. E nient’affatto algebrico. Esiste un altro modo di calcolare l’aspettativa di vita, che meglio registri gli anni bui? Senz’altro esiste, benché secondo gli statistici non cambi di molto le cose: anziché 5 mesi aggiuntivi, potevano uscirne 3 o 4 (rimandando così al 2021 quella soglia psicologica dei 67 anni che tanto fa fibrillare, quando volente o nolente scatta lo stesso per via della Fornero). Ma i metodi di calcolo non li decide l’Istat, tenuta come sempre ad attenersi alla legge. E in questo caso la legge è dettagliatissima – la Sacconi del 2009, poi ritoccata nel 2010 e ben otto volte in quell’anno diabolico del 2011 tra governo Berlusconi e riforma Fornero – indicando all’Istat anche come arrotondare i decimali. La ricaduta politica di questo discorso, solo in apparenza tecnico, è però chiara. Gli stessi critici di oggi sono, in parte, gli autori delle regole di ieri. Pensate per un’epoca in cui si andava in pensione a 58-60 anni. E ora finite sul banco degli imputati. Il governo Prodi-Damiano decise di adeguare i coefficienti di trasformazione alla speranza di vita (2007). Il governo Berlusconi- Sacconi ci agganciò anche l’età di uscita (2009). E infine il governo Monti- Fornero (2011) vi legò pure i requisiti contributivi. Risultato: quando la speranza di vita galoppa, si va in pensione di vecchiaia più tardi, con assegno più basso (perché dura più anni) e ci vogliono anche più contributi. Tre effetti micidiali. Un unicum in Europa: nessuno come noi. Ma anche una carta, giocata con Bruxelles da tutti gli esecutivi dell’ultimo decennio, per assicurare la sostenibilità dei conti del Paese. E la sua credibilità.
Repubblica – 26 ottobre 2017

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