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«Mani di forbice» in Regione Veneto: «Ma si spreca ancora tanto». Ecco dove si può intervenire. Usl, Spa, costi della politica: i margini ci sono

«Tagliate!» intima Matteo Renzi ai governatori. «Tagliate!». Il premier non vuole sentir ragioni («Ci sono parecchi sprechi su cui lavorare») e sbuffa irrequieto davanti alla mano tesa dal piemontese Sergio Chiamparino, coordinatore dei presidenti, perché a suo dire «è inutile prendersi in giro», le Regioni «hanno di che farsi perdonare». Ma davvero il Veneto dovrebbe recitare il mea culpa?

Oppure è già stato tagliato tutto il tagliabile? La Corte dei conti, nel suo giudizio di parificazione del 24 settembre scorso, qualche spunto in proposito lo ha dato, con una premessa doverosa: il bilancio della Regione è a posto e «accanto a qualche ombra, ci sono pure molte luci», come ha sottolineato il presidente della Sezione di controllo, Claudio Iafolla. Altra premessa obbligata, di segno opposto: non sempre la Regione ha impugnato le forbici spontaneamente. Quasi sempre a mettergliele in mano è stato il Patto della Salute, questa o quella manovra, la spending review dei vari Giarda, Bondi, Canzio e Cottarelli.

Partiamo dalla sanità, il core business di Palazzo Balbi con 8,5 miliardi e 60 mila dipendenti. Domenico Mantoan, manager della Regione con un passato da medico dell’esercito, sta facendo marciare i direttori generali, spronandoli con la minaccia di non pagare loro il premio annuale in caso di mancato pareggio. La spesa per l’acquisto di beni e servizi è stata ridotta del 5%, sono state bloccate le assunzioni degli amministrativi e le ore «extra». Il nuovo piano socio sanitario ha tagliato sulla carta 1.500 posti letto e un centinaio di primariati ma la sua esecuzione procede un po’ a rilento e proprio qui la Regione potrebbe intervenire, così come sulle differenze nella spesa pro capite che ancora si registrano in molte Usl (si ondeggia da 1.500 a 1.800 euro). I conti sono stati aggiustati grazie al maxi prestito da 1,5 miliardi dello Stato ma la Corte dei conti avverte: «Non rappresenta una soluzione definitiva del problema di cronica insolvenza del sistema», sistema che appare «instabile e in affanno, bisognevole di continui aggiustamenti per la sua stessa sopravvivenza». Il rimedio? «Dovremmo accorpare le 21 Usl facendone una per Provincia come in Emilia Romagna o in Friuli Venezia Giulia» dice Piero Ruzzante, vice presidente della commissione Bilancio in consiglio regionale. E forse chiudere gli ospedali più piccoli e quelli «doppi», ma questo nessuno si azzarda mai a dirlo con chiarezza.

Poi c’è la galassia «Palazzo Balbi spa», ossia le società partecipate. Anche qui qualcosa è stato fatto, sebbene in modo un po’ confusionario (il piano messo a punto dall’assessore al Bilancio Roberto Ciambetti è stato superato e stravolto da due leggi del consiglio): quattro società sono state chiuse (Ferrovie Venete, Immobiliare Marco Polo, Edilizia Canalgrande e Terme di Recoaro) e di altrettante si stanno dismettendo le quote (College Valmarana, Insula, Rovigo Expò e Sis). In totale sono 19 le società sotto la lente, nel frattempo è vietato crearne di nuove e in quelle esistenti, circa un’ottantina, sono stati contingentati i compensi (in qualche caso azzerati) e ridotti i posti nei cda. Si può fare di più? «Certo – dice Costantino Toniolo, presidente Ncd della commissione Bilancio – incalzando la giunta perché acceleri il processo di razionalizzazione ed estendendo l’intervento alle società partecipate dagli enti strumentali, come Veneto Agricoltura, o da Veneto Sviluppo». Intanto la Corte dei conti fa notare che nei confronti delle sue spa la Regione risulta debitrice di 27 milioni e creditrice di 150. A quel punto sarebbe meglio far da sé.

Si sperava di risparmiare anche col piano di vendita dei palazzi ma in questo caso è andata davvero male, più per colpa del mercato e della burocrazia che della politica. Gli immobili sono 22, alcuni prestigiosi e parecchio cari come Palazzo Manfrin (13,3 milioni) o l’Hotel Bella Venezia (10 milioni), altri meno, comunque tutte le aste sono andate deserte, con l’eccezione della Locanda Ca’ Foscari (323 mila euro incassati con 1.800 euro in più sulla base d’asta). E così l’entrata messa a bilancio dalla Regione è progressivamente scesa da 91 milioni a 78, poi a 35 e adesso sta a zero. Con la spending sono state ridotte al lumicino le trasferte e i rimborsi di dipendenti e dirigenti, passati negli ultimi anni da poco più di 3 mila a 2.800 (incidono sul bilancio per l’1%) mentre il turnover è fermo al 40%. Il costo della politica pesa per lo 0,4%, ed è vero che la spesa del consiglio è passata dai 60 milioni del 2010 ai 50 milioni del 2014, ma certo 8.500 euro netti al mese restano tanti come stipendio per gli eletti, che forse al momento di ridurselo (l’hanno fatto, come hanno eliminato i vitalizi dalla prossima legislatura) avrebbero potuto fare qualche sforzo in più. Visti i tempi di crisi nera, poi, non sarebbe scandaloso neppure rivedere il monte pensioni degli «ex» (sono 175 a cui si aggiungono 36 vedove con la reversibilità): 11,2 milioni l’anno, contro i 9,1 sborsati per chi è in carica oggi. Le auto blu sono state dimezzate da 14 (una sempre a disposizione a Roma) a 7 (Lancia Delta in leasing) «ma molti sprechi si annidano nelle pieghe del bilancio e se Zaia lo nega dice una bugia clamorose – attacca Diego Bottacin di Verso Nord -. Due esempi: i fondi a pioggia distribuiti ai Comuni per fallimentari progetti di fusione o associazione e i milioni riversati sulle 39 aziende del trasporto pubblico, un vero e proprio carrozzone colabrodo». Poi ci sono le 102 aziende dell’acqua e le 30 dei rifiuti ma in questo caso le colpe della Regione arrivano fin lì (si potrebbero fare i bacini, però). «Se la spesa con Zaia è aumentata in 3 anni di 998 milioni, un motivo ci sarà» stiletta Bottacin. Ma Ciambetti, dominus del Bilancio, non ci sta: «Dalla sanità al trasporto, passando per la non autosufficienza, i trasferimenti dallo Stato sono tutte partite di giro, gran parte dei nostri fondi sono vincolati. Possiamo incidere solo sulla spesa “a libera destinazione” precipitata dagli 1,6 miliardi del 2010 agli 860 milioni di quest’anno. Su 15 miliardi. E nonostante questo siamo in testa a tutte le classifiche di virtuosità, dai costi standard alla spesa sanitaria. Tagliare di più è im-pos-si-bi-le».

Il Corriere del Veneto – 19 ottobre 2014 

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