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«Medicina senza test? In Veneto sarà invasione». Atenei in ansia, ma il ministro: «L’accesso sarà libero»

Abolire il test di ingresso a Medicina? A Padova e Verona, due tra le facoltà italiane più attrattive per chi vuole approdare al sospirato giuramento di Ippocrate, la proposta del ministro all’istruzione Stefania Giannini suscita pareri contrastanti: da un lato, gli studenti chiedono di essere coinvolti, e sollevano il problema dei finanziamenti; dall’altro, i docenti sono preoccupati dalla prospettiva di un’autentica «invasione». Specialmente a Padova, che nell’ultima tornata ha registrato il più alto numero di idonei (il 72 per cento del totale) e anche il primato dei migliori candidati: tra i primi cento ammessi in tutta Italia, quindici hanno superato il test proprio al Bo.

Ieri, a Padova, Giannini ha ribadito l’adozione del «modello francese» (con «eventuali correttivi»): dal prossimo anno l’accesso sarà libero per tutti, con uno «sbarramento» alla fine del primo anno (o del secondo). «I prossimi tre mesi saranno dedicati a studiare un modello alternativo – dice il ministro -. I problemi strutturali e organizzativi si risolveranno a valle del processo di cambiamento: non si può invertire la logica. Ai professori dico: collaborate per avere prima la qualità dei processi, poi la  risoluzione dei problemi».

Santo Davide Ferrara, presidente della Scuola di Medicina dell’Università di Padova, non sembra intenzionato a raccogliere l’appello: «Due settimane fa, la Conferenza nazionale delle Scuole di Medicina ha approvato un documento all’unanimità, e lo ha trasmesso al ministro. Nella nota, abbiamo espresso il sostegno al numero programmato, e la contrarietà assoluta alle iscrizioni aperte, che sono insostenibili. Il motivo è molto semplice: a Padova, ad aprile, abbiamo avuto 3.500 candidati per 440 posti. Se dal prossimo anno l’accesso fosse libero, quanti sarebbero? Settemila? Diecimila? Un’ondata ciclopica di studenti. Già oggi siamo in difficoltà a sostenere i nuovi ammessi: molti studenti fanno lezione seduti sulle scalinate».

Giuseppe Zaccaria, rettore del Bo, ieri era impegnato a Roma nella Conferenza dei rettori universitari e non si è ancora espresso sull’argomento: a quanto pare sarebbe favorevole all’accesso libero, ma come Ferrara teme di dover fare i conti con problemi logistici. Donato Nitti, direttore del dipartimento di Scienze chirurgiche, invece è favorevole: «Quella del ministro mi sembra una buona idea, perché comunque garantisce un filtro. Certo, ci sono problemi relativi sia agli spazi che al numero dei docenti, e bisognerà riorganizzare tutto il sistema».

A Verona, su 1.425 candidati sono stati ammessi 202 aspiranti medici. Per Alfredo Guglielmi, presidente di Medicina, «l’idea di mettere mano al test resta ottima e doverosa», e la prova attitudinale alle superiori servirebbe a «impedire che arrivino alle soglie delle Università questi numeri». Ma non si può modificare il test senza prima aver risolto due problemi: «Innanzitutto quello delle aule – dice Guglielmi -. non abbiamo spazi adatti ad ospitare mille persone, già ora la situazione è drammatica. C’è poi la questione del mancato turn over del corpo docente: se non ci saranno correttivi entro il 2018, i docenti saranno il 50% in meno del 2008». E gli studenti? Secondo l’Unione degli universitari (Udu) di Verona, «il modello alla francese non fa altro che rimandare al secondo anno il problema dell’accesso», che comunque «non può prescindere da una programmazione d’investimenti diretti all’università pubblica: ampliamento delle strutture, sblocco del turn-over, aumento del fondo per il diritto allo studio».

Alessandro Macciò – Corriere del Veneto – 22 maggio 2014

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