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L’opinione. “Il benessere animale si è infilato in un vicolo cieco. L’attuale metodo “ufficiale” di valutazione ha risolto alcune urgenze burocratiche ma non ha risolto il problema di rassicurare i consumatori”

Riprendiamo questa analisi di Alessandro Fantini dal sito Ruminantia che, dato il tema affrontato, può rappresentare uno spunto di dibattito e confronto. 

di Alessandro Fantini. A forza di utilizzarla, a proposito e a sproposito, l’espressione “benessere animale” si è svuotata del suo reale significato e dall’essere semplicemente il contrario di malessere, ossia una condizione psico-fisica negativa. E’ successa la stessa cosa alla nobile parola “ecologia”, ora utilizzata principalmente per definire oggetti o servizi.

I politici, e quindi i legislatori, sono stati incalzati da un’opinione pubblica che chiedeva un maggiore rispetto dei diritti e della dignità degli animali d’allevamento durante la loro vita, al momento del trasporto e alla macellazione. Già nel 2000 nel “Libro bianco sulla sicurezza alimentare” fu rappresentata questa sensibilità e stimolati i legislatori a prendere i più giusti provvedimenti. Il Ministero della Salute qualche tempo fa incaricò e finanziò la nascita del Centro di Referenza Nazionale del Benessere Animale (CReNBA) presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna (IZSLER), grazie al quale da circa 10 anni vengono realizzate una serie di check-list, chiamate semplicemente CReNBA, specifiche per specie animale e, nel caso delle vacche da latte, specializzate per la stabulazione fissa o libera. Negli anni sono stati formati e abilitati al loro utilizzo tutti quei veterinari che ne facevano richiesta. In questa lista possiamo trovare liberi professionisti e dipendenti dell’industria e di altre organizzazioni, sia pubbliche che private. Molte sono le aziende lattiero-casearie e della carne e i Consorzi di Tutela che hanno inviato a loro spese veterinari abilitati a valutare il benessere dei loro conferenti e dei loro associati. Pochi credo siano gli allevatori che spontaneamente, e a loro spese, hanno richiesto una valutazione CReNBA del proprio allevamento al fine di migliorare il benessere dei loro animali per fini economici o solo morali, e sarebbe utile accertarne in maniera costruttiva le motivazioni.

Ma perché l’industria e i Consorzi di Tutela si sono mossi con questa velocità e con questo dispiegamento di risorse? La risposta è semplice: perché l’opinione pubblica è sempre più intollerante nei confronti degli allevamenti e, partendo dalle fasce agiate e scolarizzate e dai giovani, sta sensibilmente rallentando gli acquisti di prodotti di origine animale. L’industria ha utilizzato ciò che era disponibile, ben sapendo che tradurre i risultati di una valutazione CReNBA in un claim sarebbe stato molto difficile, se non impossibile. In questo complesso e inedito contesto hanno comunque fatto bene a sottoporre a valutazione gli allevamenti. Questo sforzo, però, è servito a poco o nulla per rassicurare l’opinione pubblica e orientare i consumi, pur avendo sicuramente permesso di individuare, e spero segnalare, gli allevamenti dove gli animali soffrono davvero e dove in genere si soffermano il giornalismo d’inchiesta e le così dette associazioni animaliste. Dispongo di poche informazioni oggettive sull’argomento, e quindi mi auguro di essere smentito, ma nella fase di studio delle check-list del CREnBA mi sembra si sia scelto di prescindere da una profonda e complessa valutazione dell’etologia delle razze allevate e credo che il Centro di Referenza si sia poco, se non per nulla, confrontato con la comunità scientifica, le società scientifiche e i portatori d’interesse del nostro paese. Mi sembra che abbia prevalso il presupposto che sono gli animali che si devono adattare al tipo di allevamento che l’uomo ha scelto per loro e non viceversa. Questo spiega in parte perché, specialmente nelle stalle di bovine da latte, anche in quelle con punteggio nettamente superiore a 60, la longevità funzionale sia ancora molto bassa e per ottenere nuove gravidanze nei giusti tempi si debba ricorrere alle sincronizzazioni ormonali sistematiche. Nel frattempo, il Ministero della Salute, alle prese con la necessità di continuare a migliorare la gestione delle malattie trasmissibili degli animali, ed in particolar modo le zoonosi, e la salubrità degli alimenti, ha ideato uno strumento per la categorizzazione del rischio al quale ha dato il nome Classy Farm, nel quale sono migrate anche le check list del CReNBA. Attraverso questo strumento, secondo il Ministero, si può intervenire solo sugli allevamenti che presentano non conformità, o meglio rischi, ottimizzando i costi della sanità pubblica e superando la logica dei controlli a tappeto. All’interno di Classy Farm giungono dati provenienti dai canali istituzionali e quelli raccolti dai veterinari aziendali nell’ambito delle loro funzioni. A completare il tutto, la presentazione dello scorso anno del “Sistema di Qualità Nazionale per il Benessere animale”, iniziativa congiunta di “certificazione” nata dalla collaborazione tra i Ministeri delle Salute e delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e Accredia.

In teoria, tutto quello che ho fin qui descritto, in maniera ovviamente molto sintetica e incompleta, potrebbe forse migliorare l’epidemio-sorveglianza e la gestione dei farmaci veterinari in allevamento, e quindi rafforzare la già solida gestione italiana della salubrità dei prodotti di origine animale e razionalizzare l’utilizzo dei farmaci anche ai fini di contrastare l’antibiotico-resistenza. Pur tuttavia, ho dei dubbi che tutto ciò possa in qualche modo rassicurare la sensibilità etica dei consumatori nei confronti dei diritti degli animali d’allevamento e quindi migliorare la reputazione che le stalle hanno nell’opinione pubblica…..

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