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L’opinione. Sanità, le nomine in Veneto. Un’altra occasione persa

Da Machiavelli in poi la politica, anche quella veneta, viaggia su due piani. Uno è quello dei programmi, delle aspirazioni, delle promesse (dei «Pater Noster», come avrebbe detto il grande fiorentino).

L’altro è quello dei fatti quotidiani, delle decisioni e delle soluzioni di ogni giorno, con le solite facce e i soliti mezzi. Il primo piano è mito, fantasia alla stato puro, l’altro è la vera politica. Questa distinzione è ben nota, appunto da molti secoli, e sapendolo non crea problemi. Le difficoltà nascono quando i due piani si invertono. Quando – come in genere accade in occasione delle contese elettorali – i politici vogliono persuaderci che il piano reale della politica è quello delle promesse, dei programmi e delle aspirazioni. Noi non ci caschiamo e continuiamo a credere che sia razionale giudicare la politica solo dai fatti. Ad esempio, le recenti nomine dei vertici della sanità veneta, deliberate nell’ultimo giorno dell’anno scorso.

Sulla questione della gestione politica della sanità pubblica ci sono due punti fermi. Primo, i costi per i contribuenti sono molto elevati e implicano sacrifici e rinunce, perché il denaro pubblico speso per la sanità viene sottratto ad altri settori importanti, come la scuola, la cultura, le infrastrutture, il sostegno alle famiglie e alle imprese. Secondo, i risultati spesso non sono all’altezza dei costi, gli sprechi sono evidenti, come i casi di malasanità. Ora la responsabilità di tutto questo ricade sulla politica che fa le nomine e solo secondariamente sui cosiddetti manager di vertice. Ergo, le recenti decisioni sono state un momento di grande peso per valutare la politica regionale, molto più di eventuali programmi, promesse e delibere minori.

Di questi tempi è sotto gli occhi di tutti quanto sia necessaria un’opera di radicale rinnovamento della società italiana, per quel che riguarda la politica, l’economia, la cultura e l’amministrazione. Tutti vediamo quanto questo processo sia lento, quali e quante siano le resistenze e quanto scarsi siano i risultati al di là dei proclami. Le nomine ai vertici delle Aziende Sanitarie del Veneto – per le quali come ha dichiarato lo stesso governatore «ci metto la faccia» – purtroppo vanno in questa direzione. Sono un’aspirazione delusa, il trionfo della vecchia politica, la conservazione sotto nuovi vestiti. Certamente, rispetto ad alcuni anni fa, qualche passo in avanti è stato fatto, con qualche sorpresa distante dalla scelta di piazzare politici senza competenze.

Però sembra che la politica non voglia comprendere in che cosa consista il rinnovamento. Non nei nomi delle persone, che spesso sono perbene. Ma nelle procedure attraverso le quali si arriva alla loro scelta e nei pericolosi rapporti che di conseguenza si instaurano tra i responsabili dell’amministrazione sanitaria e i vertici della politica.

Quindi, se un uomo intellettualmente e politicamente avveduto come Zaia sceglie di sfidare l’impopolarità, nominando per l’ennesima volta degli scudieri fidati, anziché manager indipendenti e rifiutando il rinnovamento, un motivo ci sarà. Significa, in breve, che la politica – cioè, secondo differenti gradi tutti i partiti che compongono il Consiglio Regionale pensa di trarre maggiori vantaggi da questa decisione che danneggia la sanità pubblica, non offre garanzie di trasparenza, non aumenta la popolarità della politica, ma evidentemente presenta i suoi lati positivi. Non vogliamo pensare male, ma qualche dubbio ci resta.

Forse il governatore Zaia non ambisce a passare alla storia come un rinnovatore. Peccato che anche nella sanità senza vero rinnovamento non ci sia futuro.

di SERGIO NOTO – Corriere del Veneto – 4 gennaio 2013

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