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Onorevoli, tutti al mare. Altroche sedute a oltranza

Doveva essere un agosto di sedute a oltranza. Invece i parlamentari sono andati in vacanza. Alcuni stanno tornando adesso, altri sono ancora via. ‘L’Espresso’ lo ha verificato a Montecitorio e a Palazzo Madama: deserti

Alla Camera dei deputati, i lavori sono in corso. Carpentieri che rifanno il bancone in legno del corridoio d’ingresso. Operai arrampicati su impalcature accanto alla tabaccheria chiusa. Addetti alla ristorazione che lavano le tazzine alla buvette (chiusa anche quella). Le enormi finestre, senza le tende bianche drappeggiate, sembrano bocche senza denti. Le vetrine – senza panini – volti senza occhi. Deputati presenti, o almeno transitanti: nessuno, zero. Ma non doveva essere l’estate delle ferie a rischio, del «lavoriamo anche ad agosto»? Macché. Lanciato l’allarme, passata la paura: accade sempre così, da un ventennio almeno. Specificità della versione 2012: la gara tra i due presidenti Fini e Schifani per aggiudicarsi il titolo di “Camera stakanovista”, il pacchetto di tredici decreti approvati a ritmo forsennato tipo sequenza comica in film muto, e la sacrosanta verità pronunciata dal capogruppo Pdl Fabrizio Cicchitto in forma di battuta al ministro Piero Giarda: «Se ci volete far stare qui anche ad agosto, vi dovrete trovare un’altra maggioranza». Tra le maestranze che affollano Montecitorio, magari.

I politici, invece, sono immersi nella solita mesata di ferie. Hanno cominciato il 9 agosto, finiranno il 5 e 6 settembre. Ventisette giorni, quattro in meno dell’anno scorso: grazie all’accortezza, alla Camera, di posticipare dal giovedì al martedì successivo l’approvazione finale della spending review (chiudendo così cinque giorni più tardi) e, al Senato, di dedicare l’ultima settimana di lavori a ratifiche e interpellanze. Quasi nessuno s’è disturbato a tornare a Roma alla vigilia di Ferragosto per sentire l’audizione del ministro Corrado Clini sul caso Ilva davanti alle commissioni Ambiente e Attività produttive (presenti in 36 su 90, ma Cicchitto c’era).

Sensi di colpa, non pervenuti. Non solo perché i compiti a casa assegnati dal professor Monti sono stati portati a termine per tempo. Anche perché, giusto adesso, i tecnici di Montecitorio hanno fatto l’inattesa scoperta che in Italia il Parlamento lavora addirittura più che in altre parti d’Europa: 678 sedute, contro le 233 totalizzate in quattro anni dai tedeschi e le 546 dei francesi. Urrà. Sempre dai conteggi della Camera risultano altre cifre strabilianti, almeno per quantità. Fino al 20 luglio, le ore d’aula sono state quasi 4 mila (3.395 ore e 2 minuti, per l’esattezza) distribuite in 669 sedute: vale a dire in media tre a settimana, ciascuna della durata di cinque ore circa. Poi ci sono le commissioni: poco più di 12 mila sedute (12.606), per un totale di 6.316 ore e dieci minuti, vale a dire una media di quattro incontri e mezzo a settimana per ognuna delle 14 commissioni permanenti. Fanno mezz’ora a seduta. Quindi ci sono gli emendamenti presentati alle varie leggi, che sono settemila e 637 solo quest’anno, e raggiungono la cifra monstre di 40 mila e 919 nella legislatura. E le proposte di legge, che arrivano alla bellezza di ottomila e 13 in totale, 786 solo nel 2012.

Già, ma il risultato di tanto lavorìo? A imbuto. E alla fine, molto più magro. Intanto, perché l’80 per cento dei 334 progetti di legge deliberati in questa legislatura (di cui 52 nel 2012) è di iniziativa governativa, vale a dire come sintetizza Pino Pisicchio (Api) che «il Parlamento è devitalizzato, luogo di ratifica di decisioni altrui». Poi, perché molte tra quelle 68 proposte presentate dai parlamentari che sono riuscite a divenire legge (ossia circa otto su mille) appaiono animate da intenti magari nobili, ma un tantino particolareggiati. Ad esempio, le “Disposizioni per la valorizzazione dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni”, quelle per “consentire la candidatura dell’Italia come Paese ospitante delle edizioni della Coppa del mondo di rugby degli anni 2015 e 2019”, l’istituzione del “premio annuale Arca dell’arte-Premio nazionale Rotondi ai salvatori dell’arte”; la concessione di contributi “in favore della Fondazione Centro di documentazione ebraica Contemporanea”, per “il finanziamento della ricerca sulla storia e sulla cultura del medioevo italiano ed europeo”, l’aumento del denaro erogato “in favore della biblioteca italiana per ciechi “Regina Margherita” di Monza; le norme per “la salvaguardia del sistema scolastico in Sicilia”; o, infine, la legge che stabilisce che i condannati per omicidio di un familiare non hanno diritto alla di lui pensione.

Insomma, per stare al 2012, tolto l’obbligo di pareggio di bilancio (chiesto dalla Ue) tra i provvedimenti significativi prodotti esclusivamente dal Parlamento c’è giusto la legge che riduce i contributi ai partiti: e, anche per arrivare a quella, ci sono voluti gli scandali sull’utilizzo dei rimborsi di Lega e Margherita. Gran parte del lavoro di questi anni, invece, se ne è andato appresso a provvedimenti che tra una sbandata e l’altra non hanno mai visto la luce. E che, giunti ormai agli sgoccioli della legislatura, probabilmente non la vedranno mai. Provvedimenti simbolici come il ddl intercettazioni, affidato al Parlamento nel giugno 2008, e rimasto a rimbalzare tra le Camere per quattro anni (è tornata a parlarne il guardasigilli Severino, ma il sentiero pare davvero stretto ormai). O il testamento biologico, il cui esame nel febbraio 2009 la maggioranza voleva concludere in quindici giorni per evitare «che il caso Englaro possa ripetersi»: tre anni e mezzo dopo, tale era la fretta, il testo è di nuovo fermo al semaforo del Senato, e non se ne parla da novembre scorso. Provvedimenti anche meno da prima pagina, come il divorzio breve, sul quale la commissione Giustizia della Camera ha lavorato per due anni: ma che, arrivato in aula a maggio, è stato sempre sorpassato dai decreti, e chissà se riuscirà a trovare la strada. O, ancora, il disegno di legge che vuol eliminare le distinzioni tra figli naturali e legittimi, alla sua terza lettura alla Camera dopo quattro anni di discussioni. E con l’avvento del governo dei professori, la musica non è cambiata: d’altra parte gli onorevoli protagonisti sono rimasti gli stessi. Così l’epocale riforma costituzionale è definitivamente sbandata con il voto sul presidenzialismo dell’asse-zombie tra Pdl e Lega, ed è destinata a portare a picco con sé anche il mini taglio dei parlamentari. La riforma dei partiti viene trattata come una bella cosa che non si farà mai. Della modifica dei regolamenti non si parla più. E la legge elettorale? A quanto pare l’accordo non si vede ma c’è. Sempre che – a forza di aspettare a renderlo pubblico – non si sciolga tra le granite ai fichi e gelsi neri proposte in quel di Salina dal Pd Enzo Bianco e i trulli nei quali si gode le ferie il Pdl Gaetano Quagliariello, protagonisti della trattativa.

L’Espresso – 27 agosto 2012

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