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Ma siamo proprio sicuri che il giallo è il colore giusto? «Un rischio ripristinarlo. Secondo alcuni indici il contagio è in crescita». Gli epidemiologi: serve più cautela

Gentile Direttore di Quotidiano sanità, finalmente, a livello nazionale, l’indice Rt è sceso sotto il valore 1. Il Governo ha quindi firmato un decreto con cui assegna il colore giallo a 16 Regioni e l’arancione alle altre 5, sulla base dell’“algoritmo” che determina i colori utilizzando 21 indicatori.

Tuttavia i dati pubblicati giornalmente sul sito della Protezione Civile sembrano disegnare un altro quadro.

Se, invece dell’indice Rt, si prendesse in considerazione l’indice RDt, utilizzato in Germania dall’Istituto Robert Koch (che lo chiama reproduction number), calcolato sui dati dei nuovi positivi, avremmo potuto verificare che, nello stesso giorno in cui è stato firmato il nuovo decreto, il valore è tornato sopra l’unità, dopo 13 giorni in cui era stato costantemente al di sotto.

Sia l’incidenza media giornaliera dell’ultima settimana (24-30 gennaio) sia il rapporto tra questa e l’incidenza della settimana precedente, cioè l’indice denominato RDt, non sembrano concordare con le decisioni del Governo. (I colori dei grafici corrispondono ai colori assegnati dal Governo alle Regioni).

Tredici Regioni hanno questo indice di replicazione diagnostica superiore ad uno e quasi tutte le rimanenti, tranne Valle d’Aosta e Sicilia, lo hanno comunque in crescita.

In questo momento in cui l’andamento dell’epidemia sembra contenuto ma, contemporaneamente, si manifestano i primi segnali di una nuova crescita dei contagi, preoccupa una decisione che potrebbe dare alla popolazione l’ennesima falsa impressione che tutto sta finendo.

Le evidenze sulla efficacia dei diversi scenari restrittivi nel contenimento dell’epidemia devono, a nostro avviso, indurre a confrontare vari indici per verificare se tutti danno la stessa indicazione, approfondire le motivazioni di un’eventuale discordanza, adottando comunque decisioni improntate alla massima cautela, per evitare una nuova ripresa dei contagi.

Per questo motivo l’Associazione Italiana di Epidemiologia, nel ribadire la stima per il lavoro faticoso e approfondito della Cabina di Regia, dell’ISS e del CTS, propone l’avvio di un confronto sugli indicatori di monitoraggio e sul loro peso per orientare le decisioni, a cui l’epidemiologia può offrire un contributo costruttivo.

Salvatore Scondotto
Presidente Associazione italiana di epidemiologia

 

«Un rischio ripristinare così tante zone gialle. Secondo alcuni indici il contagio è in crescita». Gli epidemiologi:  serve più cautela

di Margherita De Bac, Corriere della Sera. «Ma siamo sicuri che il giallo sia il colore giusto?». Se lo chiedono, e rispondono con un no secco, gli esperti dell’Associazione italiana di epidemiologia, l’Aie. E ne sono ancora più convinti dopo aver visto le tante immagini che arrivano dalle città dove la gente è scesa per strada quasi come per festeggiare una libertà «fittizia» che non dovrebbe essere vissuta in maniera così sfrontata. A parlare per tutti è Cesare Cislaghi che con i colleghi ha analizzato i dati usando altri indicatori. Il risultato si discosta dall’algoritmo del ministero della Salute: «Non è una critica la nostra, vogliamo anzi collaborare. Per noi è rischioso aver ripristinato tante zone gialle. La percezione dei cittadini è che la paura sia passata. A me quegli sciami di persone all’aria aperta mettono timore».

Perché?

«I dati pubblicati giornalmente sul sito della Protezione civile sembrano disegnare un altro quadro. È troppo presto per togliere alle regioni il rosso e l’arancione. Questo dal punto di vista epidemiologico. Comprendo che dopo tanti mesi di chiusure bisognava dare un segnale politico di ottimismo, ma allora perché non accompagnare questo ritorno alla presunta normalità, che poi non è affatto tale, con una campagna di sensibilizzazione martellante?».

Cosa bisognerebbe dire?

«Spiegare chiaramente che è indispensabile mantenere le misure di protezione individuale e che in questa fase tanto delicata, mascherina, distanziamento e igiene delle mani restano fondamentali se non si vuole rischiare di tornare indietro».

Quali dati preoccupano?

«Se il ministero, anziché l’indice Rt, prendesse in considerazione l’indice Rdt utilizzato in Germania dall’istituto Robert Koch, che lo chiama numero di riproduzione, calcolato sui nuovi positivi, avremmo potuto verificare che nello stesso giorno in cui è stato firmato il decreto, il valore è tornato sopra l’unità dopo 13 giorni in cui si era mantenuto costantemente al di sotto».

Si spieghi meglio.

«Sia l’incidenza media giornaliera dell’ultima settimana, 24-30 gennaio, sia il rapporto tra questa e l’incidenza della settimana precedente, appunto l’Rdt, non sembrano concordare con le decisioni prese. Tredici regioni hanno questo indice di replicazione superiore ad uno e quasi tutte le rimanenti, tranne Valle d’Aosta e Sicilia, lo hanno comunque in crescita».

Quindi l’Italia in giallo è un passo azzardato?

«In questo momento in cui l’andamento dell’epidemia sembra contenuto ma, contemporaneamente, si manifestano i primi segnali di una nuova crescita di contagi, preoccupa una scelta che potrebbe dare alla popolazione l’ennesima, falsa impressione che tutto stia finendo».

Cosa proponete?

«Dovrebbero essere confrontati più indici per verificare se tutti vanno nella stessa direzione e, se così non è, approfondire le cause della discordanza adottando misure improntate alla massima cautela per evitare una nuova ripresa dei contagi. Massima stima per il lavoro faticoso di cabina di regia, Istituto superiore di sanità e Comitato tecnico-scientifico. Ma l’epidemiologia può offrire un contributo costruttivo».

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