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Manovra, caos in Aula. L’Ufficio parlamentare di bilancio: non crea lavoro. Gruppo Pd contro Boccia: vuole riscrivere la legge

Nella relazione del governo c’era scritto: un milione di posti in più ma ieri l’Ufficio parlamentare di bilancio ha certificato che è falso Democratici in lite col relatore (lettiano): vuole riscrivere la legge

Chi pensava che fosse l’ennesimo ente inutile si sbagliava di grosso. Il neonato Ufficio parlamentare di bilancio, organismo previsto da norme europee e chiamato a vigilare la finanza pubblica italiana oltre che a valutare gli effetti economici delle leggi, ieri ha battuto il primo colpo. E ha portato a galla una clamorosa bugia del governo di Matteo Renzi e della legge di stabilità per il 2015. Quel milione di posti di lavoro in più messi nero su bianco nella relazione tecnica della manovra non esistono. Si tratta dell’incremento occupazionale – su tre anni – legato all’azzeramento dei contributi previdenziali decantato dall’esecutivo. Un incremento che il presidente dell’Upb, Giuseppe Pisauro, ha di fatto bollato come «virtuale».

Insomma, che quella generata dal provvedimento del governo sia occupazione aggiuntiva è tutto da dimostrare. «Non è detto – così Pisauro a Montecitorio – che siano in più: sono 1 milione a tempo indeterminato, di cui 600mila potrebbero essere contratti che comunque sarebbero a tempo indeterminato e 400mila contratti a tempo che si trasformano. Quindi l’impatto sull’occupazione potrebbe essere zero». Ciò perché è assai probabile che le aziende sfruttino lo sgravio per trasformare a tempo indeterminato contratti a tempo determinato: i datori di lavoro usufruirebbero di un vantaggio secco sul piano dei minori versamenti all’Inps, ma l’occupazione «netta» potrebbe restare al livello attuale. O comunque crescere assai meno rispetto alle ambiziose stime fornite da palazzo Chigi e dal ministero dell’Economia. I rilievi di Pisauro, peraltro, non riguardano solo le misure sull’occupazione. Lo sceriffo dei conti pubblici si è mostrato perplesso pure per quanto riguarda il cosiddetto «Tfr in busta paga» e, in generale, per l’impatto della legge di stabilità sul deficit: le misure «a debito» sono scese da 11,5 miliardi a 7 e il governo, lamenta Pisauro, non ha corretto le stime macroeconomiche. In buona sostanza, all’appello mancano 4,5 miliardi, cioè quelli messi sul piatto dall’inquilino di via Venti Settembre, Pier Carlo Padoan, per obbedire alle indicazioni dell’Unione europea. Sul piatto, dunque, adesso c’è meno denaro rispetto alla versione della legge di stabilità approvata il 15 ottobre: risorse in meno per far crescere l’economia e sperare di agganciare la ripresa.

Una considerazione, quella del numero uno Upb, che smentisce Padoan, il quale pochissimi giorni fa aveva pubblicamente parlato di «sforzo ulteriore», in riferimento alla correzione imposta da Bruxelles, che non abbassava l’impatto della manovra. E se l’Upb ha smontato la legge di stabilità pezzo per pezzo, il Partito democratico ha completato l’opera di demolizione. Per lo meno sul versante del sostegno della maggioranza parlamentare e della credibilità offerta all’opinione pubblica. Credibilità minata dalla lite andata in scena in commissione Bilancio alla Camera. Con Francesco Boccia, relatore democrat al provvedimento, finito sotto il fuoco incrociato dei compagni del suo stesso partito. Una bufera improvvisa.

A scatenare la guerra tutta interna al Pd sarebbe stato l’atteggiamento di Boccia. Il quale si era mostrato piuttosto contrario a parecchie norme inserite nella ex finanziaria, presentando una relazione che, alla fine della giostra, avrebbe costretto la Camera a riscrivere il provvedimento da capo. La tensione si sarebbe acuita, come riferito ieri da Dagospia, per una norma sui fondi destinati ai giovani agricoltori. Norma che Boccia avrebbe voluto cassare per vendicarsi del «licenziamento» della moglie Nunzia De Girolamo (Ncd) dalla poltrona di ministro per l’Agricoltura. In ballo c’erano in tutto una ventina di milioni: metà diretti ai giovani agricoltori e metà ai distretti agroalimentari. A metterci una pezza è stato il governo che ha garantito in ogni caso l’approvazione degli interventi, magari sotto forma di emendamenti.

Non è tutto. C’è da registrare pure l’attacco al governo, su decreto «Sblocca Italia» e Documento di economia e finanza, da parte di Pippo Civati e Stefano Fassina. E tra i malpancisti Pd di ieri anche l’ex segretario Pier Luigi Bersani. Civati ha negato il voto al decreto Sblocca Italia, da lui definito «un omnibus mostruoso», mentre Fassina attaccava la legge di stabilità che, a suo giudizio, sarebbe recessiva. In linea col pensiero di Pisauro, l’ex responsabile economico Pd ha accusato il governo di essersi «piegato alla Ue» e si è beccato l’etichetta di «Nostradamus» dal renziano Andrea Marcucci che comunque si è riferito a tutti coloro che criticano la manovra senza citare esplicitamente Fassina.

Le critiche delle minoranze Pd andranno avanti ancora a lungo. Tuttavia, almeno per ora l’ex sindaco di Firenze può dormire sonni tranquilli: nessuno strappo, nelle file del suo partito, quando si tratta di votare. Senza troppe preoccupazioni, la Camera ha approvato la nuova risoluzione di maggioranza al Def con 291 «sì» e 151 voti contrari.

Libero – 31 ottobre 2014 

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