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Manovra da 45 miliardi, ma un rebus su copertura e Comuni. La pressione fiscale è al 43% e il prossimo anno è prevista al 44,1%. Servono 10 miliardi per evitare l’aumento Iva

Qualcuno ha cominciato a chiamarlo il “Contratto dell’Expo”. Il rilancio del presidente del Consiglio Matteo Renzi che promette una mega riduzione di tasse triennale va dritto alla pancia degli italiani. Come fu per Silvio Berlusconi che nel 2001 a “Porta a porta” annunciò le famose due aliquote Irpef da 23% sotto i 100 mila euro e da 33 sopra: non si fecero mai ma portarono molti voti.

Il problema delle tasse tuttavia c’è e Renzi si prepara alla guerra, e forse alla campagna elettorale, affrontando il cuore del malessere fiscale italiano. Dall’assemblea del Pd di Milano fa balenare una «rivoluzione copernicana»: dall’odiosa Tasi che grava sui proprietari di casa, alla urticante Irap che ancora pesa sugli imprenditori e, alla pesante Irpef che falcidia lavoro dipendente e pensioni. Secondo i primi calcoli il sogno di Renzi potrebbe costare fino a 45 miliardi in tre anni.

L’operazione naturalmente è appena abbozzata nelle sue linee generali. Ma la mossa politica non è affatto vaga, anzi fin troppo chiara e meditata. La pressione fiscale quest’anno, nonostante l’operazione 80 euro che ha agito sull’Irpef, ha raggiunto livelli molto alti: siamo al 43,5% e il prossimo anno arriveremo al 44,1. Poco sopportabile soprattutto la tassa sulla casa, che gli italiani hanno appena accantonato con la rata di giugno e che si ritroveranno di fronte a dicembre. Il costo medio della Tasi sulla prima casa (il nuovo nome di quella che fu l’Ici e poi l’Imu) è stato quest’anno di 180 euro a famiglia ma se andiamo a vedere la “top ten” dei Comuni dove si paga di più, realizzata dalla Uil servizio politiche territoriali, si scopre che a Torino ci sono punte di 403 euro, a Roma di 391 e a Firenze di 346. Il disagio monta: i proprietari accusano Tasi e Imu (sulle seconde case) di affossare il mercato immobiliare; il ritorno delle detrazioni, affidato alle scelte dei singoli sindaci, ha creato un caos di oltre 100 mila combinazioni tra Isee, numero dei figli, zone censuarie e rendite. Qualcuno che possa prendere in mano la bandiera di questo scontento può sempre esserci: per Renzi dunque meglio giocare d’anticipo (e del resto un segnale era già arrivato con lo stop alla riforma del catasto dei gioni scorsi). L’intera tassazione sulla casa tra Imu e Tasi pesa 23,8 miliardi, ma per abolire la Tasi sulla prima abitazione ne servono 3,8 e sarà necessario trovare risorse alternative per i Comuni già in forte crisi finanziaria. Più facile a dirsi che a farsi. Anche perché la legge di Stabilità 2016, che dovrebbe contenere l’operazione di riduzione delle tasse, è già un esercizio da equilibristi: la priorità è infatti quella di impedire che dal 1° gennaio del 2016 scatti l’aumento di due punti delle aliquote Iva e delle accise e siccome si tratta di 12,8 miliardi di gettito bisogna assolutamente trovarne 10 attraverso la spending review, ancora in corso e tutta da scrivere da qui all’autunno. Senza contare che le due batoste assestate dalla Corte costituzionale al governo Renzi con le due sentenze sulla indicizzazione delle pensioni e degli stipendi degli statali pesano sui conti pubblici di quest’anno e del prossimo per altri 4 miliardi.

L’impresa di cancellare con un colpo di spugna il disagio Tasi- Imu non si dovrebbe fermare alla prima abitazione: stando alle parole del presidente del Consiglio almeno altre due rogne verrebbero eliminate, l’Imu sui terreni agricoli montani non coltivati e i cosiddetti “imbullonati” cioè la doppia Imu che pagano gli imprenditori sul capanno- ne e sui macchinari fissati a terra, appunto con i bulloni.

Anche in questo caso ci sono costi: il tutto vale circa 1 un miliardo. Il secondo passaggio, nel 2017, riguarderebbe ancora le imprese. Già lo scorso anno è stata abolito dall’imponibile Irap il costo del lavoro per i dipendenti a tempo indeterminato, la tappa successiva potrebbe essere quella di ridurre l’imponibile anche sul tempo determinato. L’altra strada, annunciata anch’essa da Renzi, potrebbe essere la riduzione dell’Ires, oggi al 27,5. Comunque si agisca, Irap o Ires, il costo volteggerebbe intorno ai 4 miliardi.

Il missile a stadi di Renzi arriverebbe a destinazione nel 2018. Allora sarebbe prevista la rimodulazione delle aliquote Irpef: la più bassa è oggi al 23% per i redditi sotto i 15 mila euro.

Non è detto che si agirà su questa perché si rischia di avvantaggiare in proporzione anche i più alti: ma è bene sapere che un punto di questa aliquota costa 2,6 miliardi. Per un paio di punti ci vorrebbe il doppio: certo non si arriverebbe mai alla flat tax di Salvini che costa 100 miliardi, ma la partita aperta da Renzi prevederebbe comunque una caccia al tesoro da far tremare i polsi

Repubblica – 19 luglio 2015 

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