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Manovra. Il retroscena del rinvio del via libera di Bruxelles. Il premier Renzi: “Andrà bene”. Ma per 2017 e 2018 serviranno 11 miliardi

Non è stata facile, ci sono stati diversi momenti nell’ultimo mese in cui la manovra ha realmente rischiato la bocciatura a tutto tondo. Ora l’esame viene rinviato, l’attenzione si sposta a maggio e determinante per ottenere il via libera finale sarà l’impegno a risanare i conti nel 2017 e 2018 con uno sforzo almeno di 11 miliardi. Ma il bicchiere per il governo comunque è mezzo pieno. Tanto che nelle scorse ore il premier Renzi minimizzava sul congelamento della decisione: «Andrà tutto bene – spiegava in privato – anche l’anno scorso ci hanno rinviato e poi non ci sono stati guai».

Fino a luglio era impensabile che il governo ottenesse flessibilità per 13 miliardi per finanziare la sua politica economica, ovvero facesse salire il deficit anziché tagliarlo senza finire commissariata con una procedura sui conti pubblici. Da questo punto di vista, nonostante i tempi che si allungano, il governo ottiene un successo negoziale nell’allargare le maglie dell’austerità.

Basti pensare che i servizi tecnici della Commissione hanno frenato fino all’ultimo, cercando con diversi blitz di far cadere la Legge di Stabilità appoggiati anche da alcuni governi del Nord. Decisiva è stata la politica, la mediazione del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, che proprio settimana scorsa ha avuto un colloquio decisivo con Renzi, tra il suo vicepresidente Dombroskis (le cui parole abrasive di ieri comunque servono a tenere a bada i falchi) e la colomba Moscovici. Determinante anche il lavoro di tessitura con Bruxelles di Padoan e dietro le quinte dei “mediatori” come gli eurodeputati Pittella e Gualtieri. Dunque l’Italia è a rischio di non rispettare le regole europee sui conti visto che prevede di tenere il deficit al 2,2% anziché tagliarlo fino all’1,8%. Sarà fuori regola se in primavera la Commissione non le riconoscerà la flessibilità su riforme (0,1%) e sugli investimenti (0,3%). Ma attenzione, il compito potrebbe essere più facile, con un semplice riconoscimento dello 0,3% di flessibilità lo scostamento dei conti italiani potrebbe essere ritenuto non “significant”, ovvero grave, e dunque potrebbe farla franca anche se le clausole non dovessero essere attivate interamente. Sarà invece difficile ottenere anche la flessibilità dello 0,2% sui migranti con la quale Renzi voleva tagliare l’Ires già nel prossimo anno: i criteri stabiliti da Bruxelles per calcolarla penalizzano Roma, che otterrà un inutile 0,1% di sconto per il 2015 (anno già in cavalleria) e saprà solo alla fine del 2016 se potrà ottenere altrettanto per il prossimo esercizio di bilancio, anche se al momento Bruxelles non prevede costi aggiuntivi da abbonare.

Ora il calendario prevede che il governo ad aprile mandi il Def alla Commissione. A maggio arriverà il giudizio finale. Per ottenere le clausole e dunque evitare il commissariamento – spiegano in queste ore dal cuore dell’esecutivo comunitario – Bruxelles verificherà che le riforme siano state portate avanti (approvate e implementate) e che gli investimenti previsti da Roma siano davvero stati messi in cantiere. Dunque il governo dovrà mantenere fede al suo programma.

Non sarà invece un problema l’aver scelto di tagliare la Tasi, spiegano ancora da Bruxelles, nonostante la critica di Dombroskis, così come l’invito «a prendere misure adeguate» non è una richiasta di una manovra bis immediata Fondamentale, però, sarà soprattutto l’esame del Def che il governo dovrà approvare entro il 20 aprile. La flessibilità (eventualmente) concessa per il 2016 andrà compensata e nel 2017 l’Italia comunque non potrà ottenere altri sconti perché non soddisferà più i criteri (recessione o crescita sotto il potenziale). Dunque Roma dovrà restituire i soldi con cui si indebiterà l’anno prossimo. In altri termini, dovrà portare il deficit strutturale (quello al netto delle una tantum) dallo 0,7% allo zero. Più di 11 miliardi di consolidamento, o austerità, nel 2017 e 2018. Che si sommano alle clausole di salvaguardia previste dalla manovra, 15 miliardi nel 2017 e 19,5 all’anno nel 2018 e 2019. E gli ulteriori tagli delle tasse annunciati da Renzi dovranno essere coperti con tagli della spesa. Una vera bomba a orologeria, a marzo probabilmente arriverà un early warning “d’ufficio” che poi dovrebbe essere chiuso a maggio senza procedura

Repubblica – 18 novembre 2014 

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