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Medici aggrediti, nel 76% degli ospedali vigilanti e allarmi. E per abbassare la tensione, nelle sale d’attesa compaiono tv, pianoforti, psicologi e bevande calde

Dopo l’escalation di violenza contro gli operatori sanitari, in altre regioni d’Italia finita in tragedia con Guardie mediche uccise, stuprate e malmenate, il 76% delle aziende sanitarie ha adottato strumenti di difesa e prevenzione. Emerge da una prima ricognizione condotta nei mesi scorsi da Federsanità Anci e Fnomceo, la Federazione degli Ordini dei Medici, che hanno interpellato 60 strutture italiane, tra cui l’Azienda ospedaliera e l’Usl 6 Euganea di Padova, l’Istituto oncologico veneto e l’Usl 8 Berica. Secondo un’indagine dell’Anaao Assomed (ospedalieri) il fenomeno interessa il 65% di medici e infermieri, con l’acuto dell’82% rilevato al Pronto Soccorso. «I motivi troppo spesso hanno a che fare con tempi e spazi inadeguati e con conseguenze infauste di atti sanitari — recita il dossier di Anci e Fnomceo —. Si è passati da una fiducia totale nelle capacità del medico ad una pretesa di attenzione e di guarigione anche quando queste non sono possibili nè immediate. A scatenare l’ira di pazienti e familiari sono tre rivendicazioni: non si può aspettare; non si può sbagliare; non si può morire».

E tre sono le strade imboccate dagli ospedali per rispondere all’emergenza: sforzarsi di fornire più indicazioni e più dettagliate alla gente, anche con Desk Informazioni adottati dal 58% delle aziende sanitarie esaminate; attivare strumenti di difesa e prevenzione (riguarda il 68% delle strutture) come guardie giurate, videosorveglianza, porte blindate e con allarme, serrature e accessi con codice, pulsanti anti-panico, sbarre alle finestre dei piani bassi, vetri antisfondamento, ristrutturazioni, spostamento degli ambulatori delle Guardie mediche dentro l’ospedale o in luoghi non più isolati, videocitofoni, accordi con le forze dell’ordine (stretti dal 50% degli intervistati); e il tentativo di stemperare la tensione rendendo l’ambiente più confortevole. E così nei Pronto Soccorso sono comparsi monitor che segnalano i tempi di attesa utente per utente, neolaureati incaricati di dare informazioni e conforto ai pazienti, mediatori culturali, distributori di bevande e merendine, collocati anche nelle altre sale d’attesa, come sedie più confortevoli e climatizzazione; volontari sono a disposizione delle Guardie mediche; si sta infine cercando di ridurre «l’anticamera» e qualche ospedale ha perfino sistemato televisione o pianoforte nelle sale d’attesa.

Secondo quest’indagine le aree più a rischio sono Pronto Soccorso, Psichiatria, Sert, Guardie mediche e Geriatria. Reparti ai quali il monitoraggio Anaao aggiunge Ostetricia, Suem 118, Medicina interna, Anestesia, Chirurgia generale e Pediatria. Il 66% di camici bianchi e infermieri riferisce di aver subìto attacchi verbali, il 33% fisici, finiti con una prognosi compresa fra 3 e 100 giorni. Eventi che, stando a un altro report Fnomceo ha scatenato l’esaurimento nel 58% degli aggrediti e impedito al 43% di realizzarsi sul lavoro. «In ospedale sono tre le figure che possono aggredire medici e personale del comparto — spiega Giovanni Leoni, presidente dell’Ordine dei Medici di Venezia e chirurgo a Mestre — il violento “seriale”, scatenato magari da droghe e alcol, contro il quale serve solo l’intervento dei vigilantes; la persona irritata da attese eccessive che si scontra con personale già stressato da carichi di lavoro esagerato, situazione evitabile aumentando l’organico; e il violento che premedita aggressioni contro soggetti più vulnerabili, come le Guardie mediche donne. E allora ci vogliono interventi strutturali, come telecamere di sorveglianza, sbarre alle finestre e pulsanti d’allarme collegati con le centrali di polizia e carabinieri».

CORVENETO

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